Nativi americani

Cerchi sacri, rituali di purificazione quotidiana, ricerca attiva di visioni, danze per celebrare la nascita, la missione del “buffone”: che cosa ci insegna la cultura dei nativi americani.

alce nero“Non sapevo in quel momento che era la fine di tante cose. Quando guardo indietro, adesso, da questo alto monte della mia vecchiaia, ancora vedo le donne e i bambini massacrati, ammucchiati e sparsi lungo quel burrone… E posso vedere che con loro morì un’altra cosa, lassù, sulla neve insanguinata, e rimase sepolta sotto la tormenta. Lassù morì il sogno di un popolo. Era un bel sogno”.

Difficile oggi capire a che sogno alludesse Alce Nero, leader spirituale dei Sioux Lakota, nella sua lunga testimonianza raccolta dall’antropologo John Neihardt nel 1930 (pubblicata in Italia da Adelphi con il titolo Alce Nero parla). Difficile capirlo perché l’incontro tra nativi e nuovi arrivati, seguito alla scoperta dell’America e culminato con le guerre indiane, è andato tutto a scapito dei primi. Le loro tradizioni e il loro modo di vivere e di concepire il mondo sono andati in gran parte perduti, o sono stati rivisitati a uso e consumo degli occidentali. Ma gli “indiani” (così furono battezzati da Colombo, convinto di essere giunto nelle Indie) poco o nulla hanno a che vedere con la loro parodia, diffusa da innumerevoli film e fumetti e ormai radicata nel nostro immaginario.

Perché è così difficile oggi ricostruirne la Storia? Non solo perché mancano testimonianze scritte e scarseggiano quelle archeologiche (erano popoli nomadi e seminomadi), ma anche perché lo stesso concetto di Storia come la intendiamo noi era estraneo ai nativi, che non concepivano una successione lineare di eventi, bensì una progressione circolare, senza inizio né fine, con un eterno ritorno al punto di partenza. Come diceva Alce Nero: “tanti uomini hanno vissuto e vivranno la stessa storia, per poi diventare erba sui colli”.

Cerchi e quadrati. In effetti il modo in cui gli occidentali si imposero sui nativi ricorda la “quadratura del cerchio”. Se nel razionale mondo occidentale prevalevano le linee rette (basti pensare alle case piene di angoli, di mura e di porte separatrici) in quello dei nativi tutto era rotondo: dagli accampamenti ai singoli teepee, dalla direzione delle danze alla disposizione delle sedute di gruppo intorno al fuoco, con l’immancabile calumet che passava da una mano all’altra. Come rilevava il condottiero Lakota Cervo Zoppo (morto nel 1877), circolari sono il Sole, la Luna e le stelle, i vortici dei venti, i nidi degli uccelli, i tronchi degli alberi. Tra i Sioux il cerchio sacro era evocato da un simbolo diffusissimo, la “ruota di medicina”, pratico compendio delle leggi cosmiche e morali, che consisteva in un cerchio diviso da una croce in 4 settori che rappresentavano le 4 sacre direzioni (i punti cardinali), mentre il centro era il luogo del essere supremo, il Grande Spirito (Wakan Tanka per i Lakota, Manitù per gli Algonchini, Watan per gli Arapaho e Oki per gli Irochesi), cioè la totalità spirituale in cui si univano tutte le cose.
Insomma, le differenze tra “pellerossa” e “visi pallidi” erano abissali. “L’uomo bianco arrivava con l’idea di conquistare nuovi territori e trarne profitto. Una mentalità incomprensibile per i nativi, che non ragionavano in termini economici: per loro il concetto di possesso non aveva alcun senso” spiega Alessandro Martire, antropologo fiorentino che ha vissuto per trent’anni a stretto contatto con i nativi e dal 1994 è il rappresentante ufficiale dei Lakota in Italia. “Anche il cristianesimo, a cui i missionari gesuiti cercarono di convertire i nativi, era molto lontano dalla loro spiritualità. Per gli indiani non c’era un Dio, non c’erano profeti: tutto era sacro, dagli animali alle pietre, ai fili d’erba. Non esisteva il peccato, non esistevano dogmi di fede. Ciò che era importante era il senso di responsabilità nei confronti di ogni forma di vita, e soprattutto nei confronti del gruppo di appartenenza

L’hammam quotidiano. La vita di un nativo americano era scandita da preghiere e rituali di ringraziamento (secondo alcuni storici il Thanksgiving, il Giorno del ringraziamento, è derivato da una contaminazione tra cristiani e nativi). Nessun cibo veniva consumato prima di aver ringraziato lo spirito che aveva dato se stesso per permettere altre vite. Le parti degli animali uccisi venivano spesso conservate in speciali “fagotti”, contenitori che gli indiani portavano con sé: non erano cioè esposte come trofei, bensì entravano a far parte della vita del cacciatore, che a loro rivolgeva preghiere per sé e per i propri familiari. “Tutti i giorni i nativi si purificavano all’interno della “capanna sudatoria”, o sweat lodge, una tenda particolare costruita con salici decorticati posti in cerchio di modo che poi, piegandone le estremità e congiungendole fra loro, si ottenesse una forma a cupola” racconta Martire. “Questa capanna veniva poi coperta con pelli di bisonte, il tatanka, l’animale sacro per eccellenza, il cui teschio presenziava in molte cerimonie”. All’interno della capanna si  accendeva un fuoco che serviva a rendere incandescenti alcune pietre, su cui poi veniva versata acqua fredda che sprigionava vapore acqueo. L’interno della capanna veniva cosparso di salvia (una pianta sacra onnipresente nei riti, l’equivalente dell’incenso per i cristiani), con cui i partecipanti si strofinavano il corpo durante la sudorazione. “Raccolti in questa buia capanna – che rievocava loro il ventre materno – gli indiani pregavano e cantavano, fumando la sacra pipa. Era una rinascita quotidiana per prepararsi alla giornata” prosegue Martire, che ha passato 30 anni della propria vita in una tribù Lakota. “Le uniche escluse, da questo come da altri riti erano, erano le donne durante il ciclo mestruale: ma non perché fossero considerate impure, al contrario erano ritenute al massimo della loro sacralità, e quindi in grado di attrarre tutte le energie sprigionate nella capanna sottraendole agli altri”.

Non chiamateli sciamani. Al contrario che nel mondo occidentale, le donne avevano un ruolo di primo piano. Ce ne erano molte anche tra gli “anziani di medicina”, i capi spirituali che fungevano da punti di riferimento quando un singolo o l’intera tribù doveva destreggiarsi con le difficoltà della vita. “Molti li chiamano sciamani ma il termine è scorretto: meglio Wachasa Wakan, cioè “intercessori del sacro” fa notare Martire. “Quando erano in contatto con le entità spirituali non entravano in trance, non erano “posseduti”: semplicemente traducevano i sogni e le visioni, riportando i messaggi agli interessati”. Il loro ruolo ricorda quello degli odierni psicoanalisti: mettevano al servizio della comunità la propria esperienza e saggezza aiutando gli altri a tradurre i simboli in parole.
Le visioni venivano cercate attivamente, per esempio con il rito della “lamentazione”, l’Hanblecheya: chi affrontava una situazione di difficoltà si ritirava sulla montagna, libero di vestiti e orpelli, senza acqua né cibo (solo con la sacra pipa), e piangeva per quattro giorni di fila in attesa di ricevere una visione. Quando questa arrivava, tornava al campo e interrogava il proprio uomo-medicina sul suo significato. «Per favorire le visioni, gli indiani del sud-ovest ricorrevano al peyote, un fungo contenente mescalina che aveva effetti allucinogeni, ma la maggior parte dei nativi le cercava con altri mezzi, dal digiuno, all’esposizione al caldo e al freddo, al dolore fisico» prosegue Martire.

 

Piercing. Proprio sul dolore era basata la danza del sole, effettuata una volta all’anno, in corrispondenza del solstizio d’estate. Sulla terra (simbolicamente la madre) veniva piantato l’albero sacro, in genere un pioppo (il padre): il leader spirituale praticava quindi a ogni danzatore incisioni sul petto introducendovi pezzetti di osso acuminati, che venivano legati all’albero sacro tramite funi. A quel punto chi ballava cercava di liberarsi dalla fune (cioè, metaforicamente, di nascere, strappando il cordone ombelicale) tirando fino alla lacerazione della carne. Durante tutta la danza i danzatori soffiano in un fischietto ricavato da un osso di aquila, alternando fischi ritmati con i passi a fischi continui.«Lo scopo era ringraziare il Grande Spirito per la vita e ricordare il dolore della madre che dà alla luce un figlio» spiega Martire. “Alla base di questo rituale vi è il concetto di autosacrificio, della donazione che ogni danzatore fa del proprio corpo e del proprio sangue ballando e digiunando per quattro giorni e sottoponendosi al piercing rituale”.
Facile immaginare come ai primi missionari cristiani, giunti nel nuovo continente all’alba del ‘500 per evangelizzare le genti, i nativi intenti nella danza del sole potessero essere sembrati adepti di Satana. Tanto più che durante la cerimonia si aggiravano strani personaggi che si comportavano in modo bizzarro, tentando di distrarre i danzatori facendoli sbagliare o inducendoli al riso attraverso smorfie grottesche. Perché?

Il sacro buffoneSi trattava degli Heyoka (che in lingua lakota vuol dire “contrario”), cioè figure che agivano contrariamente al buon senso: ridevano in situazioni tragiche, si coprivano quando faceva caldo, si denudavano quando faceva freddo. «Erano i “sognatori del tuono”, individui destinati a questo difficile ruolo dai capi spirituali a seguito di particolari visioni» spiega Martire. «Durante i riti agivano da “diavolo tentatore”, mettendo alla prova il danzatore, ottenendo così di rinforzare il suo impegno e la sua concentrazione”. Ma gli Heyoka, agendo in modo anticonvenzionale, violando sistematicamente le regole, dicendo cose che non si potevano dire, servivano anche ad “aprire la mente”, a mettere di fronte alle proprie debolezze e paure, a rendere accettabili i momenti tragici,  a mostrare strade e punti di vista diversi da quelli consueti. Un compito simile a quello dei giullari di corte, o dei comici di oggi, con la differenza che per i nativi era un ruolo codificato, un impegno inderogabile, una missione considerata necessaria per il benessere della comunità.

Ritorno al Passato. Tutte queste tradizioni furono a lungo proibite negli Stati Uniti, anche se molte tribù continuarono a praticarle di nascosto. Solo nel 1978 è stata ripristinata la libertà di religione e solo nel 2005 il Senato degli Stati uniti ha chiesto formalmente scusa ai discendenti dei nativi, molti dei quali sono emarginati, disoccupati, alcolizzati o dediti al business del gioco d’azzardo (grazie a una legge che permette di allestirli nelle riserve). Oggi molti nativi stanno tentato di riscoprire le loro origini e la visione del mondo dei loro antenati. “Il cerchio della nazione è rotto e i suoi frammenti sono sparsi” aveva detto Alce Nero. È tempo di raccogliere i pezzi e ricostruire il cerchio.

 

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