La terapia del perdono

Quando si subisce un torto, l’istinto è vendicarsi. In realtà la strategia migliore per liberarsi dalle emozioni negative non è la vendetta ma il perdono. 

Chi la fa l’aspetti. Sangue chiama sangue. Quando subiamo un torto, la percezione immediata è che abbiamo diritto a un risarcimento. Che l’unico modo per ristabilire l’equilibrio e ritrovare la pace sia la vendetta. È solo negli ultimi decenni che la ricerca scientifica si è soffermata sul tema, scoprendo quello che la maggior parte delle religioni suggeriscono da tempo: la strategia più efficace per reagire a un’offesa, per proteggere la nostra salute fisica e mentale, è esattamente quella opposta. È perdonare.

Indizi. Già gli antichi Greci sembravano consapevoli che ristabilire l’ordine e la giustizia non fosse così semplice, anche se non vedevano un’alternativa possibile alla punizione del colpevole. Emblematica è la tragedia di Edipo che, pur agendo inconsapevolmente (uccide il proprio padre credendolo un malvivente, sposa la propria madre senza sapere di esserne il figlio), viene punito dagli dei e dagli uomini con la cecità e la dannazione. Altro esempio estremo è nell’Iliade: il rapimento di Elena da parte di Paride dà origine a una spirale di violenza che arriva alla distruzione dell’intera città di Troia. Ancora oggi la vendetta continua a essere un espediente narrativo molto efficace. La letteratura pullula di comportamenti vendicativi (Il conte di Montecristo, l’Amleto), per non parlare del cinema (Zorro, Kill Bill, la maggior parte dei film western). Esiste perfino un genere cinematografico, i “revenge movies”, basato sulla vendetta.
Questione di istinto. La vendetta continua ad avere successo perché corrisponde a un istinto primordiale, presente nell’essere umano (è la prima reazione di ogni bambino a un sopruso) così come negli scimpanzé, come ha dimostrato nel 2009 Michael McCullough, psicologo all’università di Miami. Eppure, contrariamente al sentire comune, la vendetta non ristabilisce mai l’equilibrio. Il risultato più frequente è un’escalation di violenze che ricadono anche su varie “vittime collaterali”. Questo perché la vendetta è raramente proporzionata al torto, poiché le vittime in genere tendono a ingigantirne l’entità o la volontarietà, favorendo così una progressione di ritorsioni. Non per niente Confucio diceva: “Prima di imbarcarti per un viaggio di vendetta, scava due tombe”. La vendetta ha quasi sempre un effetto boomerang.
Paradosso. C’è di più: non è vero che la vendetta permette di placare il risentimento, è vero il contrario. Alcuni studi, come quelli dello psicologo Brad Bushman del 2002, hanno dimostrato che sfogare la rabbia in realtà alimenta la rabbia. Mentre Kevin Carlsmith, psicologo sociale della Colgate University di Hamilton, New York, nel 2008 ha descritto il “paradosso della vendetta”: vendicarsi non dà affatto sollievo, ma anzi amplifica i sentimenti negativi, favorendo alla lunga disturbi ansiosi e depressivi.
Eppure un’alternativa alla vendetta c’è e c’è sempre stata. L’hanno vista e sottolineata più o meno tutte le religioni. Nell’Induismo la legge del karma sprona alla tolleranza, cioè all’accettazione di ogni forma di sofferenza, inclusa quella causata dai torti altrui. Il buddhismo esalta la compassione, invitando ad astenersi dal reagire alle offese e a vedere l’aggressore come una persona che ha bisogno di aiuto, esposto all’ignoranza spirituale. Ma è soprattutto il Cristianesimo ad aver basato la propria dottrina sulla cultura del perdono.
Gran parte degli insegnamenti di Cristo (dalla parabola del figliol prodigo alle esortazioni del Padre Nostro, fino alle parole rivolte a Dio, “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” durante l’agonia sulla croce) ne sottolineano l’importanza. Peccare è inevitabile, diceva Gesù, per ottenere il perdono di Dio dobbiamo imparare a nostra volta a perdonare. Ma è soprattutto nell’invito a “porgere l’altra guancia”, rivolto a chi viene schiaffeggiato, che Cristo dimostra di aver colto una questione fondamentale: il perdono non ha nulla a che fare con la sottomissione o la resa; non è un atteggiamento passivo, da persona debole o fragile, bensì attivo, proprio di chi è consapevole e “forte”.
Arriva la scienza. Certo è che il legame stretto con la religione complicò a lungo e ritardò l’indagine scientifica sul perdono. Il primo a occuparsene fu Robert Enright, psicologo all’Università del Wisconsin-Medison, che nel 1985 creò un gruppo di lavoro sul tema, cui seguirono varie pubblicazioni. “Oggi sappiamo che a essere pericolosa per la salute è soprattutto la ‘ruminazione rabbiosa’, la continua rievocazione del torto subito, che favorisce depressione, ansia ma anche malattie fisiche, come i disturbi cardiovascolari” spiega Barbara Barcaccia, docente di Psicologia clinica e gestione dello stress presso l’università degli Studi Roma Tre e curatrice del volume Teoria e Clinica del perdono (Raffaello Cortina Editore). “Al contrario perdonare migliora la qualità del sonno, contribuisce ad abbassare la pressione arteriosa, diminuisce il rischio di abuso di alcol o di sostanze, consente di avere relazioni più soddisfacenti. In poche parole, migliora la qualità della vita”.
Il perdono avrebbe anche una spiegazione evolutiva. “Se è vero che siamo biologicamente programmati a reagire alle offese con aggressività, è anche vero che è innata nell’uomo, così come nelle scimmie, una propensione alla riconciliazione e alla cooperazione” osserva Barcaccia. “Se si guarda alla storia dell’umanità, i gruppi che al loro interno si perdonavano avevano più successo da un punto di vista riproduttivo, proprio per la capacità di riparare le rotture dei legami”.
Dono per sé. Ma in che cosa consiste il perdono? “Nella rinuncia all’odio, alla rabbia, al risentimento, pur avendo tutti i diritti a provare queste emozioni” spiega Barbara Barcaccia, “Non si tratta di sopprimere il ricordo di ciò che è accaduto, né di ‘fare sconti’ a chi ci ha offeso, ma di smettere di provocarsi un’inutile sofferenza ripercorrendo continuamente nella propria mente ogni dettaglio del male subìto”.  
Il termine deriva dal latino “donum”, ed è un dono a tutti gli effetti, poiché viene offerto a chi ci ha offeso senza che quest’ultimo lo meriti. “Gli studiosi sono concordi nel ritenere che il percorso del perdono comporti due aspetti” avverte la psicologa. “Non solo abbandonare rancore e desiderio di vendetta, ma anche coltivare sentimenti di benevolenza e compassione nei confronti di chi ci ha fatto un danno, se non altro come essere umano fallibile”. Ma perché fare questo dono immeritato?
In realtà il perdono è in primo luogo un dono che si fa a se stessi. Fintanto che non si perdona, infatti, si resta incatenati all’autore del danno, prigionieri di emozioni logoranti e pervasive. Perdonare, invece, rende liberi: non solo perché si smette di coltivare emozioni tossiche, ma anche perché ci si accorge di essere stati a propria volta responsabili di danni e offese nei confronti di altri, quindi si diventa più inclini a perdonare se stessi. Il perdono, insomma, è rigenerante soprattutto per chi perdona.
Percorso complesso. Va detto che il perdono è un percorso faticoso e difficile. La sua complessità è stata rilevata anche alla risonanza magnetica: una ricerca dell’Università di Pisa, guidata da Pietro Pietrini, ha dimostrato il coinvolgimento di varie aree cerebrali, quali la corteccia prefrontale dorsolaterale (associata alle decisioni), la corteccia del cingolo, il precuneo e la corteccia parietale inferiore (associati all’empatia).
Perdonare resta comunque una scelta personale, non un dovere. E non implica la riconciliazione con chi ci ha offeso. “È anzi sconsigliato riconciliarsi con qualcuno che non si è pentito del male fatto, non ha chiesto scusa, non ha offerto atti di riparazione, non si è impegnato seriamente a non compiere più quei torti” avverte Barcaccia. “Il perdono è un processo intrapsichico, che non richiede la presenza del trasgressore. Tant’è che si può perdonare qualcuno che non c’è più. Ed è sempre benefico per chi lo concede”.

Ma come si fa a perdonare?
Perdonare è un processo faticoso, simile all’elaborazione di un lutto: può essere compiuto da soli o con il supporto di una psicoterapia. È necessario passare attraverso varie fasi, che spesso non si susseguono in modo lineare e possono implicare ricadute e regressioni.

  • Riconoscere l’offesa. Perdonare non significa dimenticare o fare finta di nulla. E soprattutto non significa accettare che una persona possa continuare a farci del male. Il primo passaggio, fondamentale, è quindi riconoscere di aver subìto un’ingiustizia, che non è stata frutto di un caso. In altre parole, dobbiamo essere consapevoli che l’autore dell’offesa aveva lo scopo di fare un danno, o quanto meno aveva il potere di evitarlo.
  • Confrontarsi con le emozioni. Subire un torto ci fa sentire feriti. Bisogna dare spazio alla rabbia, al risentimento, alla tristezza, alla voglia di rivalsa, talvolta anche alla vergogna e al senso di umiliazione. Si soffre sia per il danno concreto che abbiamo subìto, sia per i sentimenti che proviamo verso chi ha perpetrato l’offesa.
  • Divenire consapevoli delle energie psichiche investite. Il ricordo del torto viene alimentato dalla “ruminazione rabbiosa”: pensiamo continuamente a cosa è accaduto, perché l’altro ha fatto ciò che ha fatto, ha detto ciò che ha detto, perché non abbiamo reagito in un certo modo, e così via. È come essere bloccati in un circolo vizioso di pensieri negativi, senza che questo porti mai a una risoluzione, al contrario producendo un aumento della tristezza e della rabbia. In questo passaggio si realizza che le strategie usate per far fronte all’offesa non solo non funzionano, ma hanno o possono avere ripercussioni sulla vita sociale e lavorativa, disturbando la qualità del sonno e favorendo disturbi mentali e fisici (è la cosiddetta “acredine tossica”).
  • Decidere di perdonare. Una volta compreso che l’odio e la voglia di vendetta, ma anche l’evitamento e la fuga, non risolvono il problema, tendono anzi a fare stare sempre più male, si può cominciare a considerare il perdono come possibile via d’uscita dalla sofferenza. Oggi abbiamo a disposizione molti strumenti per rendere più facile questo processo, per esempio la pratica della mindfulness (la meditazione di derivazione buddista).
  • Ridefinire l’immagine dell’offensore (“reframing”). In questo passaggio, uno dei più difficili, si cerca di assumere il punto di vista di chi ci ha recato il danno, considerando la sua storia personale e il suo intrinseco valore umano, provando empatia e comprensione.
  • Comprendere fino a fondo il perdono. Il processo termina quando diventiamo consapevoli che tutti abbiamo avuto bisogno del perdono di qualcun altro nel passato. Perdonare, quindi, ci riconcilia con il mondo e con la vita e ci permette di andare oltre e perseguire nuovi obiettivi. All’idea di sé come vittima a cui accadono cose brutte si sostituisce un’idea attiva, di chi va oltre e a cui possono accadere cose belle.

Marta Erba (articolo scritto per Focus 315, dicembre 2018)

 

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