Perché le relazioni sono importanti

La teoria polivagale chiarisce l’importanza delle relazioni sociali per il nostro benessere. A partire dalla relazione psicoterapeutica.

Veronica deve parlare di fronte a un centinaio di persone: è agitata, teme di fare una brutta figura, ma lo sguardo interessato e amichevole di uno spettatore della prima fila la tranquillizza e le permette di iniziare serenamente il suo discorso. Pietro, al suo primo giorno di scuola elementare, è spaventato perché non conosce il luogo né le persone: decide allora di presentarsi a un bambino a caso, dalla faccia simpatica, e mentre l’altro gli sorride e si presenta a sua volta la paura è già passata. Giovanni è preoccupato perché si è perso in un paese straniero: in un inglese stentato chiede informazioni a un passante, e il fatto che questi gli presti attenzione per cercare di comprenderlo e aiutarlo lo fa subito sentire meglio.
Sono tre esempi di “ingaggio sociale”, l’istinto a cercare di entrare in comunicazione con un nostro simile, anche sconosciuto, per “metterci in sicurezza” e placare una condizione di stress. Si tratta di un meccanismo di cui non siamo pienamente consapevoli perché mediato da una parte del sistema nervoso ancora poco esplorato, eppure alla base del nostro benessere: il sistema nervoso autonomo.

La gestione dello stress. A chiarire il funzionamento del sistema nervoso autonomo (così chiamato perché al di fuori dal controllo volontario) è stato negli ultimi anni il ricercatore americano Stephen Porges, autore della teoria polivagale. L’attenzione di Porges si è concentrata sul nervo vago, così chiamato perché “vaga” nei più reconditi anfratti corporei: prende origine dal tronco encefalico (cioè da quella porzione del cervello che unisce il midollo spinale alla corteccia) esce dal cranio ed entra prima nel torace e poi nell’addome innervando praticamente tutti i nostri visceri (in particolare cuore, polmoni e apparato gastrointestinale). Ma che cosa ha scoperto Porges? Ha scoperto che sono tre i sistemi che un organismo animale mette in funzione quando si trova in una situazione di stress. Nel caso di un pericolo estremo, entra in azione il sistema filogeneticamente più primitivo, condiviso con tutti i vertebrati e mediato dal nervo vago, ovvero quello della “morte simulata”: se non c’è possibilità di fuga, infatti, simulare la morte può spingere un eventuale predatore ad allontanarsi. L’organismo, quindi, si blocca: il cuore quasi si ferma, la respirazione rallenta moltissimo, si diventa insensibili al dolore, gli sfinteri si rilasciano.
Se il pericolo è moderato, e quindi conviene agire per difendersi, si attiva il secondo livello, ovvero il sistema simpatico (noto anche come “sistema attacco/fuga): grazie all’azione coordinata di ipotalamo, ipofisi e surrene, il corpo si prepara ad attaccare o fuggire. In che modo? Il battito cardiaco accelera, la frequenza dei respiri aumenta, i muscoli si contraggono, la vigilanza aumenta mentre le attività digestive si bloccano per permettere all’energia di essere utilizzata altrove.

La teoria polivagale. Ma che cosa succede se invece il pericolo è molto basso? Di nuovo entra in azione il nervo vago, ma questa volta coinvolgendo le sue fibre filogeneticamente più recenti, circondate da mielina (una speciale guaina bianca): questo terzo sistema, il più evoluto, è presente soltanto nei mammiferi ed è particolarmente sviluppato nell’uomo. “Queste ramificazioni più efficienti e ‘intelligenti’ del nervo vago sono quelle che promuovono l’ingaggio sociale” spiega Porges. “Innervano infatti, oltre che gli organi del torace – cuore e bronchi – anche i muscoli che determinano le espressioni del viso e lo sguardo, i movimenti della testa, e sono connesse anche con le corde vocali e l’orecchio”.
In altre parole, in condizioni di basso stress e di relativa sicurezza, senza che ce ne rendiamo conto, i muscoli e gli organi del nostro corpo si predispongono a comunicare: le espressioni del viso si distendono, lo sguardo si rivolge all’interlocutore, le corde vocali promuovono un tono di voce pacato e rassicurante, l’orecchio medio estrae la voce umana dai rumori di fondo, i muscoli dell’orientamento del capo informano i nostri interlocutori delle nostre buone intenzioni. Inoltre viene attivato il giro fusiforme (la parte della corteccia predisposta a riconoscere e a “leggere” le facce) mentre vengono inibite le reazioni difensive, come la secrezione del cortisolo, e le reazioni infiammatorie, favorendo così uno stato viscerale di calma (cuore e polmoni rallentati) con un notevole risparmio energetico. Nei mammiferi, e nell’uomo in particolare, questo circuito viene utilizzato “di default”. Solo se fallisce nel garantire la sicurezza, entrano in gioco i circuiti più antichi. In conclusione l’uomo, lo diceva già Aristotele, è prima di tutto un animale sociale, naturalmente predisposto alla comunicazione.

Comunicare fa bene. Entrare in relazione con gli altri è quindi una tendenza naturale dell’uomo che favorisce il suo benessere. Se la comunicazione è buona, infatti, ha un effetto calmante e tranquillizzante. Questo spiega, per esempio, perché in momenti di difficoltà o di stress cerchiamo voci e sguardi amichevoli per calmarci, o anche perché tendiamo a mangiare in compagnia (le buone relazioni predispongono stomaco e intestino alla digestione) o perché gli anziani che continuano ad avere una vita sociale vivono meglio e più a lungo. In altre parole, comunicare con i nostri simili ha un effetto biologico prima che psicologico. “Se non abbiamo ragione di temere il nostro interlocutore, lo guardiamo negli occhi, sorridiamo, assumiamo un tono di voce caldo e amichevole, adottiamo una postura rilassata e accogliente. E tutto questo pone il nostro corpo in una condizione di benessere” riassume Porges. Per converso, lo stato dei nostri organi viscerali condiziona la nostra vita sociale: se il nostro intestino funziona bene, per esempio, le nostre relazioni migliorano.

Traumi infantili. Ma questo sistema funziona per tutti allo stesso modo? Purtroppo no, e alla base di un cattivo funzionamento possono esserci esperienze traumatiche vissute durante l’infanzia, poiché la parte più evoluta del sistema nervoso autonomo viene forgiata nei primi anni di vita, quando il neonato entra in relazione con chi si prende cura di lui. Se questa relazione non si rivela affidabile (i motivi possono essere i più vari: ci sono genitori che maltrattano i figli, altri che li trascurano, altri malati o a loro volta traumatizzati…) può verificarsi un’iperstimolazione del sistema vagale antico e una scarsa maturazione di quello più recente (cioè quello dell’ingaggio sociale). La conseguenza sarà la tendenza a sovrastimare i pericoli, a vedere gli altri come nemici e non esseri umani simili e potenzialmente collaboranti. Chi è stato traumatizzato sarà quindi più vulnerabile agli eventi stressanti e sarà dotato di un sistema di ingaggio sociale meno efficiente: avrà difficoltà a mantenere lo sguardo, a parlare con un ritmo adeguato, a usare espressioni facciali appropriate. Inoltre soffrirà con maggior facilità di problemi cardiaci, respiratori, intestinali e di disturbi del sistema immunitario. Proviamo a ipotizzare che i tre personaggi portati a esempio all’inizio dell’articolo fossero reduci da un’infanzia traumatica: Veronica avrebbe intravisto nello spettatore un atteggiamento giudicante e derisorio, agitandosi ancora di più e forse bloccandosi; Pietro si sarebbe chiuso e non avrebbe parlato con nessuno, diventando magari la vittima ideale dei bulli della classe; Giovanni si sarebbe percepito circondato da nemici pronti ad approfittarsi di lui, e magari avrebbe reagito con aggressività agli sguardi altrui o perfino ai tentativi di aiuto.

I rimedi. Ma che cosa fare se questo sistema non si sviluppa a dovere, portandoci a essere in una condizione di allerta permanente? Una delle strade percorribili è intraprendere un percorso di psicoterapia. Se relazioni traumatiche precoci possono compromettere la capacità di entrare in relazione con gli altri, è vero anche che sperimentare relazioni positive, affidabili, coerenti e in grado di gestire gli inevitabili “incidenti relazionali” (anche semplici incomprensioni possono essere vissute, da chi ha avuto un’infanzia traumatica, come gravi minacce), possono permettere, con il tempo, di imparare ad acquistare (o riacquistare) la fiducia negli altri fino a poter entrare in relazione senza paura e senza stress. Tra gli approcci utilizzati per la rielaborazione dei traumi c’è, per esempio, l’emdr (eye movement desensitization and reprocessing, cioè desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) che, stimolando nel cervello un’attività simile a quella che si verifica durante il sonno REM, permette di prendere le distanze dalle esperienze traumatiche e di mobilitare i naturali meccanismi di autoguarigione.

Marta Erba (articolo tratto da Focus Extra 80, agosto 2018)

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *