Se il capo è un narciso

Nelle aziende (e non solo) è difficile trovare persone realmente capaci nei ruoli di leadership. Come correre ai ripari nei casi di “leadership narcisistica”

Intelligente, autorevole, disponibile all’ascolto e in grado di valorizzare le idee dei dipendenti: è questo il capo dei sogni, che tutti vorrebbero incontrare ogni volta che varcano la porta del luogo di lavoro. Ma si tratta appunto di un sogno, che nella maggioranza dei casi si scontra con la dura realtà: nelle aziende e nelle organizzazioni, infatti, le leadership eccellenti sono più vicine all’eccezione che alla regola. È molto più frequente ritrovarsi un superiore borioso e arrogante, sentirsi un po’ come Fantozzi alle prese con il visconte Cobram, il “direttore totale” che maltrattava i dipendenti sottoponendoli a continue vessazioni e obbligandoli a compiacere ogni sua assurda richiesta.

E questo per una ragione molto semplice: chi raggiunge un ruolo di potere quasi mai lo ottiene perché è una persona competente, brillante e con ottime capacità di leadership. Più spesso ci arriva perché è bravissimo a far credere di essere una persona competente, brillante e con ottime capacità di leadership. Senza, ahimè, esserlo.

Come Narciso.
Il problema è noto da tempo. Nel 2003 due coach americani, David Dotlich e Peter Cairo, pubblicarono un libro sull’argomento (Why CEOs Fail ovvero “Perché gli amministratori delegati falliscono”) attribuendo gran parte dei tracolli aziendali ai “tratti narcisistici” di chi occupava le posizioni di potere. Nella mitologia greca, Narciso era il fanciullo che si innamorava della propria immagine riflessa in uno stagno e passava il resto della vita a contemplarsi, fino a morirne. Il mito, che serviva a mettere in guardia chi è troppo concentrato su di sé da possibili conseguenze dannose, fu ripreso da Sigmund Freud che ne diede un’interpretazione psicopatologica, ancora oggi alla base di un quadro clinico considerato molto invalidante, il disturbo narcisistico di personalità. “Molti leader, pur non soffrendo del disturbo vero e proprio, ne presentano alcune caratteristiche” spiega Giancarlo Dimaggio, psicoterapeuta cognitivo comportamentale e autore di L’illusione del narcisista (Baldini e Castoldi). Quali? Per esempio la grandiosità e la  “overconfidence”, cioè l’eccessiva fiducia nelle proprie capacità. “Chi è narcisista pensa di essere speciale e in grado di fare qualsiasi cosa. È mosso dalla ”illusione del decatleta”: la convinzione di potersi cimentare in qualsiasi campo e ai massimi livelli”.

Tratti vincenti
Chi presenta questi tratti (statisticamente più frequenti negli uomini che nelle donne) diventa più facilmente un capo sia perché fa di tutto per ottenere una posizione di comando, sia perché sa convincere tutti di meritarla. Brillante, affascinante, mosso da un’ambizione sconfinata e da un’autostima ipertrofica, che lo porta a sopravvalutare i suoi talenti e a esagerare le proprie competenze, raggiunge i suoi obiettivi grazie al meccanismo della “profezia che si autoavvera”: è talmente sicuro di ottenere potere e successo che lo ottiene sul serio, anche perché la gente tende a pensare che una tale convinzione debba pur avere un fondamento. Insomma: chi è narcisista “si vende bene”, e poiché chi assegna i ruoli di leadership spesso lo fa sulla base di un’impressione generale, basata più sull’intuito che su analisi approfondite della personalità e della preparazione, la probabilità che un narcisista finisca per trovarsi a capo di un’azienda o di un’organizzazione è tutt’altro che rara.

Buona la prima
E sul breve termine, la scelta può anche rivelarsi quella giusta. Del resto un certo grado di narcisismo è essenziale per un leader: l’energia, l’entusiasmo, gli aspetti istrionici e competitivi, la capacità di prendere iniziative, imporre visioni e avviare progetti possono essere quello che ci vuole per dare una scossa a un’azienda in fase stagnante. La sicurezza in se stessi conferisce carisma: dotato di ottime capacità dialettiche, il “capo narciso” è sempre il primo a parlare in un gruppo di persone, e lo fa con un fervore contagioso, perfino quando dice falsità o scempiaggini. Inoltre è molto abile nel mettersi in buona luce, poiché tende ad amplificare i propri successi e a scaricare le colpe di eventuali fallimenti sul primo capro espiatorio che gli capita a tiro, risultando convincente perché è lui il primo a esserne convinto. Grazie a tutti questi requisiti, è anche molto probabile che riesca a costruire, almeno in un primo tempo, uno stuolo di (sinceri) ammiratori.

Autodistruttivi.
L’idillio non dura a lungo, però, e prima o poi i nodi vengono al pettine. “La leadership delle personalità narcisiste si caratterizza per il declino della performance” avverte Dimaggio. Ben presto, infatti, vengono a galla i loro limiti. “Pur sembrando colti e preparati, in realtà non lo sono affatto: la loro è una headline intelligence, cioè un’intelligenza superficiale, che si ferma ai titoli (headline) senza approfondire i contenuti, che fa scena ma è priva di sostanza. Inoltre non hanno la propensione all’impegno propria delle persone davvero valide”. Incapaci di riconoscere i propri limiti e convinti di sapere fare bene tutto, poi, ignorano i feedback negativi, quindi non sono in grado di apprendere dagli errori (che non riconoscono come tali) e più in generale dall’esperienza.
“Ma soprattutto i narcisisti sono incompetenti sul piano relazionale: con i dipendenti sono arroganti, sprezzanti, sfruttatori, conflittuali. Finiscono così per portare le persone a dare il peggio di sé” prosegue l’esperto. Né si accorgono di diventare sgradevoli e detestati. Anzi, pur trattando male e con superficalità i propri dipendenti, si aspettano di essere sempre accolti da loro con il tappeto rosso: del resto il mondo è il loro palcoscenico e il loro ruolo è quello dell’attore protagonista.

Seggiolone presidenziale
Paradossalmente, tuttavia, la loro autostima è tanto smisurata quanto fragile: ipersensibili alle critiche, si sentono profondamente umiliati se qualcuno si azzarda a rilevare le loro lacune o a sottolineare i loro errori, esplodendo talvolta in accessi di rabbia incontenibile. Come un bambino di un anno scalpita nel suo seggiolone per ricevere attenzione e getta a terra cibo e posate quando non ottiene quello che vuole, così il leader narcisista pretende ammirazione e rispetto, aspettandosi dagli altri solo elogi, complimenti e indulgenza per le proprie intemperanze.
Il riferimento all’infanzia non è casuale: si ritiene che chi è narcisista da bambino non sia stato amato in modo appropriato, ed è questa la ragione per cui, da adulto, continua a cercare ammirazione e approvazione. Può essere stato amato troppo, da genitori che l’hanno visto destinato a grandi cose e caricato di aspettative: da adulto si sente così obbligato a mantenere le promesse. Oppure è stato un bambino gravemente trascurato: il successo diventa quindi un modo per riscattarsi, per ribaltare una convinzione, mai del tutto sopita dentro di sé, di non valere nulla.

Se capita a voi
Che fare, dunque, se ci si trova ad avere un capo con queste caratteristiche? Come non venire sopraffatti? La prima regola è non reagire mai alle sue provocazioni. “Cosa non facile, perché il suo stile comunicativo può essere abrasivo, sadico e logorante: facile, dunque, sentirsi svalutati e disprezzati. Ma ripagarlo con la stessa moneta è rischiosissimo” osserva Dimaggio. “È bene invece imparare a modulare la propria reattività personale: se ci si sente provocati, è essenziale mantenere autocontrollo e conservare tranquillità nel dialogo, evitando di amplificare la tensione. È possibile, invece, manifestare le proprie idee con fermezza ma in maniera pacata, un atteggiamento che permette di guadagnare il suo rispetto”.
Talvolta il capo (specie se maschio nei confronti di dipendenti donne) usa la seduzione come strumento di potere, generando rabbia o paura in chi ne subisce le attenzioni. “L’atteggiamento giusto, in questo caso, è l’ironia: fate capire chiaramente che non siete disponibili con una battuta, senza mostrare stizza o fastidio. Può essere un buon modo per conquistare la sua stima e bloccarne gli atteggiamenti prevaricatori”.

Automotivarsi
È poi importante abituarsi a rinunciare a lodi e riconoscimenti. Potreste essere un membro importante del team, avere avuto un ruolo chiave nel perseguire obiettivi fondamentali: il vostro capo non ve lo dirà mai. Evitate di prenderla sul personale: fa così con tutti. Per mantenere salda la vostra autostima è bene che impariate a motivarvi e a riconoscere i vostri meriti da soli.
Con lui però vale il contrario: se quindi ambite a un aumento o a una promozione, o semplicemente volete essere ascoltato, riconoscergli valore e competenza può spianarvi la strada. Senza esagerare, però, per non alimentare la sua già smisurata autostima.
Infine: non aspettatevi che nel lavoro vi dia una direzione chiara. In genere si aspetta che voi sappiate già che cosa dovete fare, per cui se avete qualche dubbio è meglio parlare direttamente con lui per essere sicuri di non avere sottovalutato gli obiettivi. Anche perché, se poi sbagliate qualcosa, denigrarvi e rendervi la vita impossibile è un attimo.

Marta Erba (tratto da Focus 290, novembre 2016)

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