Nella mente di un pedofilo

La pedofilia è un argomento disturbante. Il pedofilo, più che ogni altro autore di reato, è oggetto di repulsione e condanna senza appello. Ma come eradicare un fenomeno se non si cerca di comprenderlo?

Head III, Francis BaconUn mostro. La persona accusata di pedofilia genera spesso reazioni potenti, viscerali, scomposte. Che cosa c’è di peggio che abusare sessualmente di un bambino, che non può difendersi né capire, e che porterà cicatrici profonde per tutta la vita? Chi lo fa non può che essere un diavolo, un orco, un essere  abietto. Questi epiteti, se da una parte permettono di prendere le distanze da qualcosa che percepiamo disumano, “mostruoso” appunto, dall’altra non aiutano a comprendere e a prevenire in modo efficace un fenomeno tutt’altro che raro e circoscrivibile: i pedofili sono persone di ogni età ed estrazione sociale, per lo più maschi (le donne sarebbero circa il 4 per cento); e sono numerosi, visto che a subire abusi sessuali è circa un bambino su 10, anche se i dati sono incerti e contraddittori, considerando che la maggior parte dei casi non viene alla luce.

Quando un argomento è così disturbante da venire escluso da ogni tentativo di comprensione e indagine psicologica, le conseguenze possono essere disastrose. Lo dimostra, per esempio, il caso dei “diavoli della Bassa modenese”, riportato all’attenzione dal podcast Veleno di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli (ora anche libro, edito da Einaudi): tra il 1997 e il 1998 oltre venti persone furono accusate di far parte di una presunta setta che avrebbe organizzato riti satanici nei quali sarebbero stati molestati e uccisi bambini; oggi si ritiene che quelle accuse furono in gran parte falsate da interrogatori condotti con scarse competenze e tanti pregiudizi.
Proviamo dunque ad addentrarci in questo tema così respingente.

Un fenomeno complesso 
La pedofilia consiste nel provare un interesse sessuale verso bambini che non hanno raggiunto la maturità sessuale, cioè con un’età massima che oscilla fra gli 11 e i 13 anni. Il termine (inappropriato, visto che significa letteralmente “amore per i bambini”) fu coniato dallo psichiatra tedesco Richard von Kraft-Ebing, autore nel 1895 della Psichopatia sexualis, gigantesco tomo in cui per la prima volta veniva identificata, e classificata come “perversione”, la ricerca di rapporti sessuali con i più piccoli.
La parola “pedofilia” raggruppa comportamenti in parte diversi. Oltre agli abusatori di bambini, ci sono pedofili che si limitano a trarre un piacere “a distanza” (come i numerosi frequentatori di siti pedopornografici, oppure chi ha una forma di attenzione morbosa per i bambini che non sfocia mai in comportamenti sessuali); ci sono poi abusatori che non sono propriamente pedofili, poiché hanno anche una vita sessuale con persone adulte, come avviene nei casi in cui l’abuso è commesso da un genitore o un familiare del bambino (oltre il 60 per cento dei casi secondo i dati del Telefono Azzurro).
La pedofilia va poi distinta dall’attrazione per minori sessualmente maturi: si parla di “efebofila” se i minori sono maschi, di “lolitismo” se femmine, da Lolita, il romanzo di Vladimir Nabokov (1955) che racconta di un professore di letteratura di mezza età che si innamora di una dodicenne sessualmente precoce.
Nella maggior parte dei casi il pedofilo ha un comportamento ambivalente: presenta sentimenti di accudimento e di cura per il bambino e contemporaneamente tende a violarne il corpo, a dominarlo e soggiogarlo. Ma che cosa induce a desiderare un corpo impubere e una personalità così immatura e a disinteressarsi dei danni profondi provocati?

Le cause
Alcuni ricercatori hanno cercato di individuare anomalie nel cervello dei pedofili, potenzialmente utili alla diagnosi precoce. In alcuni casi sono stati riscontrati deficit a livello del lobo frontale (che favoriscono la disinibizione del comportamento) e anomalie dell’ipotalamo e dell’amigdala (aree che hanno a che fare con la sessualità); in un paio di casi tumori in queste zone del cervello sono stati ritenuti all’origine di comportamenti pedofili da parte di persone che, prima della malattia, non avevano mai avuto questi istinti. Si tratta tuttavia di casi sporadici, che non permettono di concludere che la pedofilia sia attribuibile a un danno organico.
Oggi si ritiene che nella maggior parte dei casi la pedofilia affondi le sue radici nell’infanzia del pedofilo. In che modo? A lungo si è ritenuto che la maggior parte dei pedofili avesse a propria volta subìto un abuso sessuale durante l’infanzia: la tendenza a ripeterlo era considerato un modo, spesso inconsapevole, di “riscattarsi dal passato”. Le ultime indagini fanno però pensare a una realtà più complessa. Ad analizzarla ci ha provato, tra gli altri, Luciano Di Gregorio, psicoterapeuta e autore del libro La voglia oscura. Pedofilia e abuso sessuale (Giunti editore). “La  maggior parte degli esperti concorda nel sostenere che alla base della pedofilia ci sia un trauma in età precoce che predispone alla perversione. O meglio: più traumi pervasivi e ripetuti caratterizzati dal dominio e controllo psicologico della personalità” spiega Di Gregorio. 

Punto primo: genitori prevaricanti
Il primo punto è la presenza di genitori con poca empatia, prevaricatori e al tempo stesso distanti. “Spesso c’è un genitore seduttivo e intrusivo, che cerca di influenzare la personalità del figlio – di solito la madre – mentre l’altro genitore – di solito il padre – ha un atteggiamento di rifiuto, di svalutazione o di trascuratezza. Entrambi non sanno decifrare i bisogni del bambino, ma tendono piuttosto a ‘entrare nella sua mente’ per comandarlo, per conformarlo alle proprie aspettative, senza alcuna cura di quello che lui pensa o vuole e alcun sostegno nel placare le sue paure. Il risultato è che il bambino si sente insignificante, impotente e profondamente solo nel periodo più indifeso della vita. Non si percepisce come una persona, ma come una ‘cosa’ di cui i genitori possono disporre a proprio piacimento”. Spesso non ci sono maltrattamenti evidenti, per cui al di fuori del nucleo familiare nessuno si accorge di nulla. 

Punto secondo: il sesso come rifugio
Ma come può un vissuto di questo tipo trasformarsi in perversione sessuale? “Si può ipotizzare che per far fronte all’angoscia, il bambino arrivi – spesso per caso – a rifugiarsi in un autoerotismo consolatorio, alimentando fantasie sessuali ‘perverse’ che lo aiutano a proteggersi dai traumi, dai momenti di prevaricazione e dal senso di solitudine” spiega lo psicoterapeuta. È noto che i bambini hanno pulsioni sessuali e che spesso, in modo naturale e inconsapevole, mescolano la sessualità con la violenza e il sadismo (Freud sottolineava il carattere “perverso e polimorfo” della sessualità infantile).  Nulla di strano, quindi, se un bambino psicologicamente abusato costruisca un mondo immaginario in cui, con l’eccitamento sessuale, riesca a padroneggiare gli “oggetti d’amore” (i genitori): è anzi, per certi versi, un modo creativo per compensare il vuoto affettivo, una sorta di “luogo sicuro” da preservare per mantenere un senso di padronanza della realtà.
In genere queste pulsioni si trasformano gradualmente durante la crescita fino a “normalizzarsi” nelle relazioni di coppia adulte, che sono insieme sessuali e affettive. Questo può non avvenire nel bambino psicologicamente abusato. Con il risveglio della pubertà, le fantasie perverse del futuro pedofilo, che si sono fissate nella mente, non permettono alla sessualità di evolvere: diventano così il paradigma su cui si baseranno le sue relazioni future.

Un incontro con se stesso
Ma che cosa succede una volta adulto? Di solito il pedofilo avvicina il bambino instaurando un rapporto affettuoso, come se volesse riparare al trauma affettivo del suo passato. Ma presto, attraverso un processo che si chiama “identificazione con l’aggressore” (una parte di lui si identifica con l’adulto che lo ha abusato), ripropone lo stesso copione a ruoli invertiti. Si comporta cioè come i suoi genitori si sono comportati con lui: comincia a manipolare il bambino, ad attribuirgli volontà che non ha, ricreando quella relazione di dominio e prevaricazione che ricalca quella da lui stesso vissuta. Il bambino, in altre parole, rappresenta se stesso da piccolo, cioè quel figlio suddito, del tutto assoggettato all’autorità e alla violenza psicologica e fisica di mamma e papà. Per questo il pedofilo non tiene conto dei bisogni del bambino, né si preoccupa dei danni che gli può infliggere: il bambino è una “cosa”, come era accaduto a lui. 

La sessualizzazione
Quindi il pedofilo, inconsapevolmente, mette in atto un’antica vicenda che lo riguarda da vicino, aggiungendo però la parte “sessuale”. “La sessualizzazione del rapporto gli permette di sentirsi padrone degli eventi: a muoverlo è lo stesso senso di potere che aveva da bambino quando si rifugiava nelle sue fantasie, mitigando così il sentimento di insignificanza e immaginandosi vincente” spiega Di Gregorio.
Non di rado i pedofili, per arrivare al piacere, aggiungono una forma di crudeltà e di sadismo, esercitando un dominio forte e violento. Si tratta di una “perversità”, cioè di una perversione della perversione. Secondo la psicoanalista svizzera Alice Miller, negli abusi sui minori non c’è mai una vera ricerca del piacere quanto piuttosto del potere, e c’è sempre una volontà di umiliare e degradare il bambino. Instaurare una relazione asimmetrica permette al pedofilo di superare la paura di dipendere da qualcuno e di rischiare di essere dominato. Questa parte della relazione è quella più spesso negata: difficilmente il pedofilo è cosciente di maltrattare un bambino, spesso lo considera un atto d’amore e di iniziazione alla conoscenza della sessualità.

Chiesa sotto accusa
Da qualche decennio la Chiesa cattolica è sotto accusa per la pedofilia. Nel 2009 una dichiarazione dell’Osservatore permanente della Santa sede all’Onu stimava che almeno il 5 per cento dei sacerdoti fosse responsabile di atti sessuali sui bambini. Altri studi (come quelli citati nel testo
Atti impuri: la piaga dell’abuso sessuale della Chiesa cattolica, edito da Raffaello Cortina) ipotizzano una percentuale più alta, intorno al 9 per cento. Perché il fenomeno della pedofilia sarebbe così diffuso in seno alla Chiesa? “La pedofilia si sviluppa più facilmente in comunità chiuse, dove i leader sono portatori di verità indiscusse e dove viene incoraggiata la dipendenza e il conformismo, mentre vengono limitate l’autonomia e le espressioni più individuali. E dove viene alimentata l’idea che il buono sia all’interno dell’istituzione e il cattivo fuori nella società. Alcuni ambienti religiosi hanno queste caratteristiche” chiarisce Di Gregorio.
Ma è il pedofilo che va a nascondersi dentro quelle mura dove sa che potrà trovare le sue prede, oppure diventa pedofilo proprio perché ogni giorno sta a stretto contatto con bambini su cui può esercitare una forte influenza? Probabilmente entrambe le cose: il pedofilo trova in strutture di questo tipo il luogo perfetto in cui agire, ma è vero anche che istituzioni che annullano ogni forma di diversità e di originalità, oscurando il valore del singolo come persona e riducendolo a “cosa”, legittimano e favoriscono le pratiche pedofile o efebofile. “Nelle comunità religiose c’è un fattore in più: i sacerdoti hanno una funzione di mediazione fra l’umano e il divino che può sconfinare in un comportamento arbitrario, fino a portare alcuni di loro a pensare – o a indurre il bambino a pensare – che l’abuso sessuale sia qualcosa che succede ‘per volontà superiore’” sottolinea lo psicoterapeuta.

La cura
Ma un pedofilo (o potenziale tale) può essere curato? In alcuni paesi, come gli Stati Uniti, la Russia e la Polonia, viene talvolta utilizzata la castrazione chimica, un trattamento farmacologico ormonale (per esempio a base di medrossiprogesterone) che riduce la produzione di testosterone. Si tratta tuttavia di un metodo controverso, in quanto invalidante (mentre le cure mediche dovrebbero guarire, non punire) e ritenuto da molti una soluzione “semplicistica” a un problema complesso.
Più utile la psicoterapia, ma qui si assiste a un paradosso: se sono moltissimi i percorsi terapeutici dedicati alle vittime di abuso (a testimonianza della pervasività del fenomeno), sono praticamente assenti percorsi per chi gli abusi li perpetra o li potrebbe perpetrare, e inoltre molti terapeuti rifiutano di trattare questo tipo di pazienti. “Il processo di guarigione richiede che il superstite di abusi fisici o psicologici con tendenze pedofile riesca a elaborare il lutto per l’infanzia e l’adolescenza che non ha mai avuto, che comprenda che i genitori, spesso idealizzati, in realtà non si sono mai presi cura di lui, e soprattutto – e questa è forse la parte più difficile – che si confronti con la persona che sarebbe potuto essere se le sue speranze, la sua fiducia e le sue potenzialità non fossero state brutalmente distrutte” chiarisce Di Gregorio.
In Germania il Progetto Dunkelfeld offre servizi di cura per i pedofili che sentono di avere bisogno di aiuto. Nel Regno Unito il NSPCC (National Society for the Prevention of Cruelty to Children) ha predisposto un servizio telefonico e anche negli USA l’organizzazione B4UACT (Before You Act) promuove servizi di aiuto e assistenza per chi riconosce di essere sessualmente attratto da bambini. In Italia c’è ancora poco. “Eppure” osserva Di Gregorio “per curare un pedofilo e prevenire i danni gravi, spesso gravissimi, che può arrecare, il primo passo da fare è liberarsi dal pregiudizio che sia una figura unicamente malvagia. Un mostro”. 

Marta Erba

Articolo scritto per Focus (giugno 2019)

 

 

 

 

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