Perché il cervello ha due emisferi

Uno psichiatra scozzese, Iain McGilchrist, formula un’ipotesi affascinante: l’emisfero cerebrale destro è connesso alla realtà, il sinistro la interpreta. Ma che accade se l’interprete prende il potere?

Perché il cervello è diviso in due? Perché non possediamo un unico groviglio sferico di neuroni interconnessi, bensì due emisferi distinti, collegati tra loro da un fascio di fibre  (il “corpo calloso”)? Può sembrare una domanda oziosa, ma non lo è. La tesi di Iain McGilchrist, psichiatra scozzese autore del libro Il padrone e il suo emissario (Feltrinelli), è che questa divisione è necessaria non tanto per una “divisione di compiti” – come si riteneva in passato – quanto per una “divisione di ruoli”. Per essere ciò che siamo abbiamo bisogno di entrambi gli emisferi, evitando che uno prevalga sull’altro. Cosa niente affatto facile perché, avverte McGilchrist, l’emisfero sinistro sta usurpando il potere al destro. Con conseguenze potenzialmente gravi.
Proviamo a capire perché.  

Uniti o separati?
Sul funzionamento dei due emisferi le ricerche sono tante e parzialmente contraddittorie. Gli esperimenti negli anni ’60 di Roger Sperry sullo split-brain (il cervello di persone con rescissione del corpo calloso, in cui è stato possibile studiare i due emisferi separatamente) hanno mostrato alcune differenze. Da lì si è sviluppata la teoria, molto promossa da una certa divulgazione popolare, secondo cui ogni emisfero svolge compiti diversi: il sinistro è stato descritto come quello razionale, analitico, matematico, mentre il destro come quello creativo, immaginativo, emotivo. Un’ipotesi, questa, molto contestata nei decenni successivi da molti neuroscienziati: benché alcune attività appartengano più a un emisfero che all’altro (per esempio il “centro del linguaggio” è collocato generalmente a sinistra mentre la capacità di interpretare le espressioni umane risiede soprattutto a destra), la connessione tra le due parti è tale che la teoria della spartizione dei compiti ha poco senso. I dati sperimentali dimostrano infatti che la stragrande maggioranza delle nostre attività mentali coinvolge entrambi gli emisferi.
Resta il fatto che gli emisferi sono due, e che il corpo calloso è composto soprattutto da fibre che inibiscono la connessione più che favorirla. Perché? Ecco dunque l’ipotesi che sta emergendo, ben illustrata e documentata da McGilchrist: i due emisferi non differiscono tanto per i compiti eseguiti, quanto per la modalità con cui percepiscono la realtà. Anche se collaborano strettamente, ciascuno entra in relazione con il mondo in un modo sostanzialmente diverso. Per essere ciò che siamo servono entrambi, e la sintesi migliore si ottiene quando tra loro si verifica un buon equilibrio.

Padrone e servo

Iain McGilchrist

Ma come funziona questo equilibrio? Anzitutto McGilchrist ribalta una delle convinzioni più diffuse. Si è sempre detto che l’emisfero sinistro sia quello “dominante”, poiché guida la mano destra, cioè la mano che utilizziamo in modo preferenziale (va chiarito che le fibre provenienti dai due emisferi si incrociano nel tronco encefalico, quindi l’emisfero sinistro controlla la parte destra del corpo e quello destro la parte sinistra). Di tutt’altro avviso è lo psichiatra scozzese, che ritiene che sia l’emisfero destro il vero “padrone”, poiché è quello che si è formato per primo dal punto di vista evolutivo; il sinistro si è sviluppato in un secondo momento proprio per aiutare il “padrone” a muoversi nel mondo, è quindi un emissario, un servitore, quello che “fa ciò che è utile”. Purtroppo l’emisfero destro fatica a muoversi in una realtà sempre più complessa, e per placare l’angoscia cerca stasi, certezza, fissità: ha quindi bisogno di fidarsi del suo emissario, che però tende ad “allargarsi”.
Insomma, avverte McGilchrist, l’emisfero sinistro si è progressivamente impossessato del potere. Eppure è, per alcuni aspetti, il più “stupido”, quello che capisce meno la realtà anche se crede di capire tutto. È a causa di questo “squilibrio” di potere nella nostra mente che si è imposto, nel corso dei secoli, un modo di vedere il mondo sempre più meccanicistico, frammentario, decontestualizzato, segnato da un ottimismo ingiustificato misto a paranoia e a un senso di vuoto.
Non sarà facile spiegare tutto ciò, anche perché è soprattutto con l’emisfero sinistro che McGilchrist ha scritto il suo libro, io scrivo questo articolo e voi lo state leggendo. In altre parole, stiamo tutti provando a “smascherare l’inganno” e ad “aprire gli occhi” usando quella parte della mente che di quell’inganno è l’artefice e che, per sua natura, vede solo quello che vuole vedere. Ma proviamoci.  

Il mistero del neglect
Per formulare questa tesi McGilchrist è partito da alcuni quadri clinici che interessano le persone che subiscono un esteso danno all’emisfero destro, in cui cioè è solo l’emisfero sinistro a funzionare (sul tema avevo scritto anch’io in passato in questo articolo al paragrafo “Stranezze… sinistre”).
Questi casi sono stati approfonditi, tra gli altri, dal neuroscienziato di origine indiana Vilayanur Ramachandran, colpito da due fenomeni bizzarri e apparentemente inspiegabili. Il primo è l’anosognosia: chi subisce un ictus all’emisfero destro, e quindi perde l’uso di braccio e gamba sinistri, nega la propria malattia; sostiene anzi di stare bene e che tutto funzioni perfettamente, facendo anche battute sciocche e divertite in proposito.
Il secondo fenomeno enigmatico è il neglect. Chi subisce un danno all’emisfero destro può ostinarsi a negare l’esistenza della parte sinistra del campo visivo (quella che non riesce a vedere): quindi, per esempio, mangia solo quello che trova a destra del piatto, o legge solo le pagine destre di un libro, o ritrae solo ciò che si trova a destra. Un comportamento assurdo, che non accade a chi subisce un danno all’altro emisfero.
In altre parole, l’emisfero sinistro sembra avere la tendenza a ignorare le discrepanze se non corrispondono ai suoi schemi. Non vedo una parte del mondo? Allora non esiste. Non riesco a muovere il braccio? Si sarà solo addormentato, fra un po’ riprenderà a funzionare come sempre. Insomma, l’emisfero sinistro sembra coltivare la convinzione distorta che quello che vede è corretto, che non c’è motivo di preoccuparsi, che c’è una buona spiegazione per tutto. “Se la racconta” ed è molto convinto di sapere ciò che in realtà non sa. È ingenuamente ottimista, inconsapevole dei propri limiti.
Da queste osservazioni ha origine la tesi di McGilchrist: è l’emisfero destro quello connesso con la realtà, in grado di valutarla nella sua interezza e di rilevarne le anomalie; l’emisfero sinistro si limita a interpretarla per poterla controllare. Per questo, quando viene meno il contributo dell’emisfero destro, la persona con il solo emisfero sinistro funzionante perde il contatto con la realtà, pur continuando a illudersi di averne il controllo e di poterla manipolare.
Ma vediamo nei dettagli come funzionano i due emisferi.

L’emisfero sinistro: la parte “osservante”
Possiamo immaginare l’emisfero sinistro come la “parte osservante”, emotivamente distaccata, che non si immischia con le cose ma cerca piuttosto di decifrarle e analizzarle. Il suo ruolo è quello di aiutarci a cogliere la realtà, guardandola per così dire dall’esterno, attraverso un’attenzione ristretta (che esclude il “superfluo”) e focalizzata. Per assolvere al suo compito tende per sua natura a cercare una coerenza a ciò che accade, a trovare risposte chiare e lineari a problemi complessi, e infatti non tollera le ambiguità e le contraddizioni (è l’emisfero dell’aut aut). Per capire le cose le spacchetta, le divide, le classifica, le categorizza, le analizza, le concettualizza. Per esempio il movimento, che per l’emisfero destro è un fenomeno continuo e fluido, per il sinistro è costituito da una sequenza di tanti momenti statici.
È l’emisfero che parla (l’area di Broca, sede del “centro del linguaggio”, si trova a sinistra): e in effetti il linguaggio è uno strumento formidabile per decifrare il mondo e per comunicarlo a sé e agli altri. Ed è autoreferenziale: tende ad autoconvincersi delle cose che pensa e che dice, si innamora dei propri ragionamenti trascurando le contraddizioni.
È anche l’emisfero che “manipola” le cose, sia con le parole, sia con le azioni. Poiché la sua funzione è quella di supportare il destro, il suo interesse principale è l’utilità: vede il mondo come risorsa da sfruttare ed è più interessato alle cose che alle persone. Vuole avere il “potere” sulla realtà, non connettersi con essa.
L’emisfero sinistro tende a percepirsi vincente, destinato al successo. È ottusamente ottimista: non vede i pericoli di ciò che fa e che dice. 

L’emisfero destro: la parte “incarnata”
Se l’emisfero sinistro osserva in modo distaccato, quello destro “vive”, è “incarnato”, è strettamente connesso con i sistemi inconsci automatici di regolazione del corpo. Se il sinistro percepisce il corpo come diviso in parti (come se fosse qualcosa di inanimato, una “macchina”), il destro lo percepisce nella sua interezza.
È fondamentale in ogni aspetto del comportamento sociale: ha un ruolo centrale nel riconoscimento di sé e degli altri, sia facciale sia vocale, e distingue gli individui (e i luoghi) per la loro unicità, e non per le categorie a cui appartengono. Da lui dipendono l’autoconsapevolezza, l’empatia, i processi intersoggettivi e la comprensione emotiva: è il destro che interpreta le espressioni facciali, la prosodia, la gestualità. Ha un ruolo essenziale nell’espressione delle emozioni (con l’unica eccezione della rabbia, che è più connessa con l’emisfero sinistro).
È più interessato agli esseri viventi che agli oggetti creati dall’uomo. Non vede niente in astratto ma valuta sempre le cose nel loro contesto. Ha un’attenzione ampia, vigile e flessibile, sta “all’erta”: è sintonizzato sulla rilevazione delle anomalie e delle novità.
L’emisfero destro non “parla”, o meglio: non possiede la “lingua”. Il suo linguaggio è onirico, immaginativo, ineffabile. È comunque grazie all’emisfero destro che comprendiamo le poesie, le metafore, il senso dell’umorismo, gli aforismi basati sul paradosso, perché tutte queste esperienze richiedono di uscire dagli schemi della logica e del linguaggio, e di connettersi con la “realtà fuori di noi”. A differenza del sinistro, infatti, l’emisfero destro riesce a tollerare le ambiguità e le contraddizioni, tanto che è con il destro che riusciamo a cogliere il significato profondo e illuminante contenuto in alcuni aforismi o nei koan del buddismo zen.

It takes two to tango
Per non incorrere nell’errore di pensare che il cervello funzioni a compartimenti stagni, è utile ricordare che normalmente ogni attività umana coinvolge entrambi gli emisferi, anche grazie al corpo calloso e alle altre strutture che li connettono, ma che al contempo li tengono separati, proprio perché hanno due ruoli diversi e complementari. Il modo in cui operano ricorda una danza, o il movimento oscillante di un pendolo, o quello sinuoso di un serpente (come noterebbe Jung). È un po’ come se i due emisferi (il destro che si occupa della realtà, il sinistro che si occupa della sua astrazione) si passassero continuamente a vicenda la palla.
L’emisfero destro entra nel flusso dell’esperienza, è coinvolto in una relazione profonda con la realtà, vede le cose nella loro mutevolezza e impermanenza e nella loro interconnessione. L’emisfero sinistro permette di uscire dal flusso dell’esperienza e di vedere la realtà in una forma meno vera ma apparentemente più chiara, e soprattutto più utile.
In pratica ci sono due modi opposti di porsi nei confronti del mondo, entrambi necessari per il nostro equilibrio. Quello dell’emisfero sinistro è isolato, manipolatorio, competitivo, sicuro di sé, immotivatamente ottimista; il suo valore prevalente è l’utilità. Quello dell’emisfero destro punta a un’interconnessione e a un coinvolgimento con il mondo; favorisce la cooperazione, la sinergia e il vantaggio reciproco. L’emisfero sinistro osserva, controlla, usa, sfrutta; l’emisfero destro risuona, si connette, si prende cura e non ha mire di alcun tipo. Il mondo dell’emisfero sinistro è astratto, statico, frammentato, meccanico, decontestualizzato, esplicito, disincarnato, privo di vita. Il mondo dell’emisfero destro, invece, è mutevole, imprevedibile, in continua evoluzione, interconnesso, implicito, incarnato, inafferrabile e vivo. L’emisfero sinistro è rivolto a se stesso, il destro è rivolto all’altro. Il sinistro dice “mangia o sarai mangiato”, il destro condivide il pasto intorno al fuoco. 

Come un mandala
Potremmo forse dire che l’emisfero sinistro è intelligente ma non è saggio, quello destro è saggio ma non è intelligente. L’emisfero destro vive l’esperienza, la incarna, mentre l’emisfero sinistro la estrapola dal contesto e la trasforma in concetto, esplicitando ciò che prima era implicito. L’emisfero sinistro offre un quadro preciso e dettagliato del mondo, e da un punto di vista distaccato che potrebbe sembrare per questo più attendibile, inducendoci a pensare che quello che osserva corrisponda alla verità. Ci tranquillizza ci rassicura. Mentre ciò che percepisce l’emisfero destro è più simile a un essere vivente, a un tutto interconnesso, e può sembrarci confuso e angosciante per la sua inafferrabilità.
Tuttavia ogni esplicitazione operata dal sinistro (compresa quella che sto facendo io ora nello scrivere e voi nel leggere) riduce la complessità da cui parte, è comunque una semplificazione della realtà, non coincide con la realtà. Anche per questo dopo la divisione operata dall’emisfero sinistro, occorre sempre perseguire una nuova unione, una sintesi, cioè riportare il processo nell’emisfero destro perché “prenda vita”, arricchendosi del “linguaggio” dell’emisfero destro, che è immaginativo, onirico (i sogni sono parte importante del processo) e corporeo. L’esperienza resa più “fruibile” dall’emisfero sinistro va cioè reintegrata nell’emisfero destro, al fine di vivere in modo sempre più consapevole. Non si arriva mai a comprendere la realtà, ma ci si avvicina progressivamente, come in un eterno processo circolare, “mandalico”, che tende verso il centro senza mai poterci arrivare. 

Pillola rossa o pillola blu?
L’emisfero destro è dunque quello davvero connesso con la realtà, il sinistro si limita a “tradurla” in un linguaggio comprensibile (il neuroscienziato Michael Gazzaniga lo ha definito “l’interprete”) ma non la capisce veramente. Come si è detto, è con l’emisfero destro che comprendiamo la morale di una storia, o una metafora, o una barzelletta, o una poesia, cioè è col destro che riusciamo ad andare oltre il significato letterale (al di là della lingua) e a comprendere ciò che è implicito.
Tuttavia il ruolo del sinistro è fondamentale: è  molto utile avere una parte autocosciente, emotivamente distaccata che analizzi freddamente e lucidamente le cose, mettendo a punto le strategie di sopravvivenza migliori, e un linguaggio “disincarnato” è lo strumento migliore per farlo.
Il problema è che, in questa attività di supporto, l’emisfero sinistro si è fatto un po’ prendere la mano. L’abbiamo chiamato “emisfero dominante”, anzi, si è autodefinito “dominante” (perché è con l’emisfero sinistro che scegliamo le parole…), tradendo in fondo le sue naturali intenzioni: l’emisfero sinistro non è il più importante dei due, ma quello che, per propria natura, tende a manipolare la realtà per “dominarla”, e lo fa ignorando i propri limiti (abbiamo detto che è ottusamente ottimista e autoreferenziale: sa trovare spiegazioni piuttosto plausibili, benché false, per ciò che non rientra nella sua versione dei fatti), fino ad autoconvincersi di bastare a se stesso, di poter fare a meno della connessione con la “realtà vera” (che resta ineffabile e indecifrabile). Così finisce per usurpare il potere del destro senza rendersi conto che così si autocondanna alla propria rovina. Un po’ come nella favola della rana e lo scorpione: la rana (l’emisfero destro) attraversa il lago (l’esperienza) reggendo lo scorpione (l’emisfero sinistro) convinta che a lui non convenga farle del male perché morirebbero entrambi; ma lo scorpione segue ottusamente la propria natura e punge a morte la rana.
Il problema, insomma, è che noi, come individui e come specie, di fronte a una realtà sempre più complessa (anche per via della progressiva tecnologizzazione e burocratizzazione), tendiamo sempre più a cadere nella tentazione di dare retta al solo emisfero sinistro, che ci restituisce un’illusione di controllo tanto rassicurante quanto lontana dalla realtà. Come nel film Matrix, preferiamo scegliere la “pillola blu” (l’emisfero sinistro), che ci consente di vivere in un mondo immaginario e di cullarci nell’illusione di poterlo controllare, perché scegliere la “pillola rossa” (l’emisfero destro) ci porterebbe a “sprofondare nella tana del Bianconiglio”, cioè in un mondo che ci appare sempre più incomprensibile e imprevedibile, e quindi cupo e minaccioso.
La tesi di McGilchrist, insomma, è che l’emisfero sinistro sia diventato lo “stadio conclusivo” del processo di rimpallo. Invece che vivere, ci fermiamo alla rappresentazione del reale, alla sua frammentazione analitica, in un circolo vizioso ricorsivo come le figure di Escher: siamo sempre più inconsapevoli, e sempre più convinti di essere consapevoli. 

Il musilinguaggio
Ma come è potuto succedere? McGilchrist cerca di mettere insieme i pezzi ripercorrendo i passi evolutivi del nostro cervello.
Prendiamo il linguaggio. Alcuni studi sembrerebbero suggerire che, prima che con la parola, la specie umana comunicasse attraverso la “musica”. Un po’ come gli uccelli, un tempo comunicavamo con l’intonazione, il fraseggio, il ritmo e la musicalità dei suoni emessi con le corde vocali, che oggi come allora sono pertinenza dell’emisfero destro, e che infatti sono alla base della comunicazione emotiva. Insomma, prima abbiamo imparato a comunicare con i suoni, i gesti, il canto, la danza. Se ci pensiamo, l’esperienza della musica e della danza (come, più in generale, l’esperienza artistica) è profondamente “vitale”, “incarnata”, emotiva. Aiuta a entrare in connessione con gli altri e con noi stessi. Ballare e cantare sono comportamenti spontanei, privi di scopo, che non hanno alcun fine ulteriore se non esprimere qualcosa che va oltre noi stessi.
La sintassi e il lessico sono arrivati dopo, con lo sviluppo dell’emisfero sinistro, la parte della mente osservante e analizzante. Gradualmente il linguaggio si è separato dalla musica e dal suo legame con il corpo (e qui vale la pena spezzare una lancia a favore della “gestualità italica”: benché fonte di ironia all’estero, di fatto favorisce l’integrazione tra i due emisferi). Una lingua “disincarnata” è infatti uno strumento più utile per un’analisi emotivamente distaccata, che dà un senso di chiarezza, precisione e lucidità. Ed è un mezzo più adatto a processare qualcosa che non è presente, che è lontano nel tempo e nello spazio. La lingua contribuisce a fissare i pensieri, ma può anche restringerli, plasmarl. Lo sviluppo poi della lingua scritta, sempre più autoreferenziale e finalizzata, ha inevitabilmente favorito l’affermarsi di un mondo competitivo (è più facile attaccare e abbattere un “nemico” con cui non si è emotivamente connessi), specialistico e compartimentalizzato.

Il mito di Prometeo: un presagio “sinistro”?
Nel corso della Storia, i due emisferi hanno favorito l’evoluzione dell’uomo permettendo il passaggio continuo dalla connessione con il mondo, a un’astrazione dal mondo, e di nuovo a un maggior coinvolgimento empatico con il mondo. Un esempio di buon equilibrio tra i due emisferi è la nascita del teatro nell’Antica Grecia, che segna la presenza di una parte osservante, che guarda a distanza per comprendere meglio, ma anche di una parte che empatizza con ciò che vede, poiché la rappresentazione risuona emotivamente dentro a chi vi assiste.
Del resto, come poi approfondì il filosofo Friedrich Nietzsche, i miti di Apollo e Dioniso ben esemplificano la contrapposizione e la collaborazione dei due emisferi. Apollo –  associato all’ordine, alla razionalità, alla chiarezza, alla perfezione, al controllo della natura – ricorda l’emisfero sinistro. Dioniso – associato all’intuizione, al superamento dei confini, al senso di totalità, al piacere e al dolore fisico, al contatto con la natura – ricorda l’emisfero destro. Le due divinità erano entrambe importanti, e avevano i loro templi e i loro rituali.
Il mito di Prometeo, che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, sembra invece un’efficace metafora di ciò che sarebbe poi avvenuto progressivamente nella mente umana: Prometeo è un po’ come l’emisfero sinistro che prende il potere, applicando alla natura un metodo ristretto e decontestualizzato, “oggettivo” (che guarda cioè alla realtà come un “oggetto” da sfruttare, allontanando dalla esperienza di connessione alle cose). Un mito che da una parte sottolinea i benefici di questo “furto”: è grazie all’astrazione operata dal sinistro che abbiamo la scrittura, le leggi, la filosofia, la cartografia, l’architettura, la scienza, la tecnologia. Ma che, d’altro canto, sembra avvertirci dei rischi: la hybris, la tracotanza di questo gesto viene infatti punita con la sofferenza eterna. Il dio incatenato e soggetto all’erosione dei visceri non ricorda forse la condizione umana incatenata negli schemi dell’emisfero sinistro, sempre meno connessa con la realtà e, per questo, internamente erosa? 

Oscillazioni storiche
La prevalenza del sinistro, tuttavia, non è avvenuta in modo graduale, sembra piuttosto riportare continue oscillazioni nel corso della Storia. Durante il Rinascimento, per esempio, sembra esserci un “risveglio” dell’emisfero destro (nella Creazione di Adamo di Michelangelo, nota McGilchrist, Dio si connette con la mano sinistra dell’uomo, e quindi con il suo emisfero destro): nella scienza si tornò a guardare le cose come sono, nella pittura ciò che si vede. Si rivalutò l’individuo, la forza espressiva del volto umano, si rappresentò la profondità spaziale con la prospettiva, si diede importanza a ciò che è inconscio, involontario, intuitivo e implicito.
La Riforma protestante ha invece esaltato l’emisfero sinistro: è la prima grande espressione della ricerca di certezza, che ristabiliva il primato della parola, eterna e immutabile, mentre il corpo veniva rifiutato e mortificato. Mentre la Chiesa romana incoraggiava il movimento (i cammini spirituali, le processioni), la riforma impose la stasi, l’ordine e la gerarchia, enfatizzò l’azione individuale sminuendo ciò che è comunione e tradizione.
Ma è soprattutto con l’Illuminismo, “l’età della ragione”, che si affermò l’emisfero sinistro. La razionalità richiede l’esplicito, il chiaro, il compiuto, la luce che evoca chiarezza e precisione e la messa al bando di ciò che è implicito, ambiguo e irrisolto. L’emisfero sinistro tende a imporre ideali come la libertà, l’uguaglianza e la fraternità, invece che lasciare che emergano insieme a una disposizione tollerante verso il mondo, come farebbe l’emisfero destro. E quindi fallisce: la rivoluzione francese, benché attuata in nome della ragione, dell’ordine e della giustizia, fu irrazionale, disordinata, ingiusta, e per niente fraterna.
Il Romanticismo rappresentò un ritorno dell’emisfero destro: l’idea della differenza individuale tornava centrale e la riscoperta di Shakespeare (“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia”) riportava a una maggior connessione con la realtà: lo stupore nei confronti della vastità e della bellezza della natura, la poesia, l’affinità con la malinconia e la tristezza, l’attrazione per ciò che è mutevole, implicito ed essenzialmente inconoscibile, l’amore per la foschia e per il chiaro di luna, per la penombra e il crepuscolo, sono tutti aspetti cari all’emisfero destro. 

Dove ci troviamo
Tornò tuttavia a prevalere il sinistro con il materialismo scientifico e il positivismo, che si basava sulla visione della scienza come unico fondamento della comprensione del mondo, con un senso di superiorità dell’Occidente, con il mito del metodo scientifico e di un progresso inarrestabile.
Ma è la rivoluzione industriale a permettere all’emisfero sinistro di sferrare al destro un attacco senza precedenti, costruendo un mondo a propria immagine e somiglianza: competitivo, tecnologico, basato sull’idea ingenuamente ottimista di un progresso inarrestabile, fondato su macchine che producono macchine, in un’autoproliferazione che è una parodia della vita pur mancando di tutte le qualità degli esseri viventi, e con un attacco al mondo naturale attraverso lo sfruttamento, l’inquinamento e l’urbanizzazione.
Accontentano il sinistro i totalitarismi (basati su un’ammirazione per la potenza più che per la bellezza, sulla mancanza di compassione e sull’erosione della pietà umana; perfino l’arte non era un valore di per sé ma aveva una finalità politica), è ancora di più il capitalismo e il consumismo, basati quasi esclusivamente sull’utilità, l’avidità e la competizione, con la perdita del senso di appartenenza portato dalla globalizzazione, la pervasività di un modo di pensare razionalistico, tecnico e burocratico, con la frammentazione promossa anche dai media, che ha svuotato progressivamente la vita di relazioni, di legami con l’altro, di significato. Anche l’arte oggi è prevalentemente concettuale (deve veicolare un messaggio), e la musica classica è diventata incomprensibile perché troppo astratta.
Ecco, dice McGilchirst, noi ci troviamo qua.

Un mondo sinistro
Solitari, annoiati, ansiosi, distaccati, passivi: questo siamo diventati. L’eccesso di consapevolezza e di esplicitazione ha preso il posto di ciò che dovrebbe restare intuitivo e implicito, portandoci a un’alienazione dal corpo e dal sentimento dell’empatia, alla frammentazione dell’esperienza e alla perdita della connessione con il mondo.  Siamo sempre più interessati alle cose che alle persone, al possesso che alla vita, al capitale che al lavoro. Le persone vengono giudicate per le proprie capacità di guadagno, e classificate come “vincenti” e “perdenti”.  Il rapporto tra persone è più improntato sullo sfruttamento che sulla cooperazione. Le individualità vengono appianate per far posto a un’identificazione per categorie, implicitamente o esplicitamente in competizione tra loro.
Abbiamo smesso di coinvolgerci in modo spontaneo e intuitivo con la vita per diventare passivi, iperconsapevoli ma sempre più alieni dal mondo, che diventa sempre più frammentario, inconsistente, privo di significato. Tendiamo a fuggire dal corpo e dalle emozioni: ci sentiamo svuotati se non per un pervasivo senso di ansia o di nausea di fronte all’esistenza (del resto nell’ansia, in particolare nella fobia sociale, c’è un eccesso di autocoscienza, un occhio che osserva e che paralizza rendendo impacciate e artificiali le normali abilità che dovrebbero restare intuitive e inconsce). Viriamo tra due posizioni apparentemente opposte ma che in realtà sono due aspetti della stessa posizione: l’onnipotenza e l’impotenza. Entrambe sono proprie dell’emisfero sinistro (quello polarizzato) e portano gradualmente a un ritiro dal mondo esterno e a un ripiegamento dell’attenzione verso l’interno. 

La mente si ammala
La maggior diffusione della malattia mentale registrata negli ultimi anni sarebbe dovuta, secondo McGilchrist, a questo squilibrio emisferico. Del resto molti studi dimostrano che l’urbanizzazione e la globalizzazione favoriscono un aumento delle malattie mentali, e che la connessione sociale (i balli di gruppo, i riti collettivi) le riduce.
L’emisfero sinistro, che avrebbe dovuto essere l’interprete, è diventato il creatore ottuso e presuntuoso di una realtà che di fatto è una rappresentazione senza vita, in un circuito autoreferenziale” avverte McGilchrist. “Siamo immersi in una cultura che mima certi aspetti tipici di un deficit dell’emisfero destro, con il risultato che le persone che hanno una propensione intrinseca a fare eccessivo affidamento sull’emisfero sinistro saranno meno indotte a correggerla. Questo spiegherebbe l’aumento della malattia mentale”.
Quali malattie stanno aumentando? Per esempio la schizofrenia, alla cui base c’è un eccesso di razionalità, che porta a un distacco dalla realtà per ritirarsi in una dimensione autoconsapevole, disincarnata, alienata e delirante. L’assenza di un coinvolgimento affettivo porta alla sensazione che il mondo sia una recita e induce a comportamenti bizzarri; l’aumento dell’attenzione focalizzata, particolaristica, intellettualizzante conduce all’idea – angosciosa – di essere l’unica cosa che esiste e di non essere niente.
In aumento anche il narcisismo, che segna lo stesso tipo di ritiro ma in una dimensione meno delirante e più strumentale: il narcisista manifesta un’assenza di sentimenti agghiacciante anche verso temi che suscitano spontaneamente forti emozioni umane; vuole controllare gli altri, farli sentire vulnerabili, mira cioè al potere e non alla connessione.
O ancora l’anoressia, che è un desiderio di disincarnarsi, di scomparire. O i disturbi dissociativi, caratterizzati da una perdita del senso di appartenenza al mondo: ci si sente automi, marionette, meri spettatori.
Del resto le osservazioni di McGilchrist sono in linea con la ricerca in psicoterapia e con i metodi che si stanno progressivamente affermando per far fronte alla crisi dell’uomo post-moderno. Se un tempo a dominare questo mondo erano le “terapie della parola” (dalla psicoanalisi al cognitivismo), oggi si stanno affermando terapie che coinvolgono il corpo e l’espressione delle emozioni (come l’emdr o la psicoterapia sensomotoria) e che danno importanza alla relazione “intersoggettiva”, cioè alla connessione tra terapeuta e paziente, oltre che alla connessione interna tra le varie parti di sé (come nel lavoro con le parti). A conferma che oggi il lavoro della psicoterapia punta a favorire l’integrazione dei due emisferi, e in particolare a stimolare l’emisfero destro.
Anche l’occidentalizzazione della meditazione buddista, la mindfulness, va in quella direzione: mira infatti a sviluppare una visione duale, a tenere insieme la parte osservante e la parte incarnata della mente (“porta la tua attenzione sul tuo respiro”). La meditazione, che tende a portare la mente sul corpo, sulla realtà del qui e ora, è una sorta di esercizio di “equilibrio emisferico” quotidiano.

Da dove ripartire
Più in generale, di fronte a questo scenario apocalittico, da che cosa possiamo ripartire? Si è parlato della meditazione buddista, ma per noi occidentali è anche possibile, suggerisce McGilchrist, riscoprire la religione, che è stata espulsa dalla nostra società in quanto generatrice di false illusioni, ma con il risultato “che è stato buttato via il bambino con l’acqua sporca”. Il cristianesimo (non quello gestito dalla chiesa occidentale, che si è convertito in parte al materialismo, ma quello raccontato nei vangeli, compresi quelli apocrifi) concepisce un divino che non è estraneo, ma coinvolto e vulnerabile, incarnato (“il Verbo che si fa carne”) e che accetta di soffrire (è solo attraverso l’esperienza della sofferenza che possiamo “rinascere”): il ritratto dell’emisfero destro. Riconosce il divino dentro di sé (“Il regno di Dio è dentro di voi”) e nell’altro (“Ama il prossimo tuo come te stesso”). Molte parabole parlano all’emisfero destro (“Gli ultimi saranno i primi”, “Bisogna ritornare come bambini”, “Abbandona tutto e seguimi”).
Anche le religioni orientali, come il buddismo zen, sono legate all’emisfero destro: vedono il mondo più come un processo che un insieme di cose, hanno un approccio più olistico e dialettico. In generale, le culture orientali sono più interdipendenti, più portate alla connessione e al senso di appartenenza; non sovrastimano le proprie abilità come gli occidentali.
Le religioni non portano certezze e il loro linguaggio può risultare ambiguo, contraddittorio e incomprensibile all’emisfero sinistro, che tende a rifiutarle perché non restituiscono chiarezza e certezze, o a strumentalizzarle per fini che nulla hanno a che fare con il messaggio originale (come nelle guerre di religione). La certezza è la più grande delle illusioni, ed è alla base di qualsiasi fondamentalismo (non solo religioso, ma anche, per esempio, scientifico o politico). Per gli antichi greci, la tracotanza di chi pensa sempre di aver ragione, la hybris, era la cosa peggiore, la più pericolosa, quella da cui guardarsi: chi crede di essere certamente nella ragione è certamente nel torto.

Senza parole
La vera difficoltà, oggi, è abbandonare la visione dell’emisfero sinistro, che è per molti versi vantaggiosa in quanto seduttiva e rassicurante. Permette infatti di ignorare il quadro generale, troppo nebuloso e inafferabile, per concentrarsi sulle parti che conosciamo e maneggiamo bene, e infatti spinge all’iperspecializzazione e alla tecnicizzazione della conoscenza. Il mondo amato dall’emisfero sinistro è virtuale e tecnologico: del resto la tecnologia permette di manipolare e controllare il mondo. Al sinistro non interessano la coesione sociale, i legami fra le persone, ma anche fra le persone e i luoghi, troppo complessi e destabilizzanti. Il suo focus è sulle cose materiali, più “controllabili” .
Il problema è che questa rassicurazione è illlusoria, perché porta a evitare la realtà, che diventa così sempre più minacciosa e incomprensibile. La paranoia e la sfiducia stanno perciò diventando atteggiamenti pervasivi. È paranoico perfino l’atteggiamento del governo nei confronti del popolo, nota McGilchrist, con il rischio che si affermino politiche che mirano al controllo totale, partendo dalla limitazione delle libertà individuali. I ruoli che trascendono la quantificazione e dipendono in una certa misura dall’altruismo, come i sacerdoti, gli insegnanti o i medici, vengono costantemente sminuiti o visti con sospetto.
Resta una domanda: questo scenario apocalittico descritto da McGilchrist è reale o è l’ennesima mistificazione dell’emisfero sinistro? E, se così fosse, perché non pensare che prima o poi, come è sempre avvenuto nella Storia, l’emisfero destro possa accorgersi del “problema” e riprendere spazio e voce nella nostra mente? Oppure quest’ultima è solo un’illusione dettata dall’emisfero sinistro, che vuole sempre convincersi che alla fine “andrà tutto bene”?
Rispondere è impossibile. Intanto potremmo lasciar risuonare dentro di noi la tesi suggestiva di McGilchrist, che potrebbe essere un po’ vera e un po’ no, un po’ affascinante e un po’ angosciante. Forse queste riflessioni potrebbero spingerci a riscoprire ciò che abbiamo perduto o trascurato. Forse potrebbero cambiare il nostro sguardo sul mondo. Ma non inseguiamo certezze né coerenza logica. E nemmeno parole. Perché, come diceva Ludwig Wittgenstein (forse proprio per aprirsi all’ascolto dell’emisfero destro): “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”.

©martaerba.it

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