Di cosa parla il Libro Rosso di Jung

Un tentativo personale di offrire una chiave di lettura al Libro Rosso di Carl Jung, uno dei testi più impegnativi e densi della psicologia. 

Scritto tra il 1913 e il 1930, e pubblicato nel 2009, a mezzo secolo dalla morte del suo autore, il Libro Rosso è un testo imponente. E non solo per la sua mole, di difficile collocazione in una normale libreria, ma per l’enormità dei suoi contenuti. L’autore, lo psichiatra svizzero Carl Jung, in un momento particolarmente critico della sua vita, vi ha lasciato affiorare immagini e parole, senza tentare di controllarle, osservando – e dando modo a noi oggi di osservare – quel suo particolare stato espanso della coscienza. 
Qui vorrei provare a raccontare l’idea che mi sono fatta di quella sua esplorazione mentale, pur sapendo che la mia chiave di lettura non potrà che essere riduttiva, parziale, inadeguata, opinabile, forse anche fuorviante. E che inevitabilmente sarà condizionata dal mio stile di scrittura e di pensiero, oltre che dalla mia esperienza personale e professionale.

Gli anni più importanti
Quando ha scritto il Libro Rosso, Jung stava attraversando una delle crisi più profonde della sua vita. Aveva interrotto i rapporti con Sigmund Freud, un “padre” troppo ingombrante, che gli impediva di sviluppare le proprie idee personali. Aveva da poco chiuso la relazione con Sabina Spielrein, donna intelligentissima, sua paziente e amante (per capire chi fosse Sabina Spielrein consiglio la visione di questo video). E infine avvertiva, forse anche grazie alla sua esperienza clinica – e quindi al costante contatto con le angosce portate dai suoi pazienti – una sensazione di catastrofe imminente (non lo poteva sapere, ma di lì a pochi mesi sarebbe scoppiata la prima guerra mondiale). Per gestire uno stato interno così complesso, disturbato, disarmonico, destabilizzante, che si manifestava con sogni terrificanti e tormentose immagini interiori, si era procurato un grande quaderno rilegato in pelle rossa e aveva cominciato a riempirlo. Il Libro Rosso è quindi una sorta di diario in cui Jung ha tenuto traccia di ciò che accadeva nella sua mente durante quel particolare stato di angoscia e iperattivazione, a cui non si è sottratto e che ha cercato di attraversare fino in fondo
Nel corso della sua vita Jung ha ripreso più volte in mano il suo diario speciale, senza tuttavia mai darlo alle stampe: forse lo sentiva troppo intimo, o troppo inaccessibile. Di sicuro lo ritenne sempre fondamentale, espressione di un momento chiave, di un punto di svolta della sua esistenza. Scriverà molti anni più tardi: “Gli anni più importanti della mia vita furono quelli in cui inseguivo le mie immagini interiori. A essi va fatto risalire tutto il resto”.

La mente in tilt
Lo stato mentale che attraversava Jung non è molto diverso da quello che ciascuno di noi può attraversare in una condizione di forte stress, come quella che si verifica in occasione di una grave crisi personale o di un trauma (un lutto importante, la perdita del lavoro, un fallimento o un accumulo di tutte queste cose). Questi eventi esterni, comportando la perdita degli abituali punti di riferimento, obbligano la mente a riorganizzarsi e trovare nuovi equilibri, nuovi significati, un nuovo modo di stare al mondo. Per farlo la psiche accelera, “va a mille”, uno stato che può essere molto stancante e doloroso (un tempo si parlava infatti di “esaurimento nervoso”): le emozioni si intensificano, le immagini e i pensieri si accavallano in modo disordinato e contraddittorio, la sensazione è quella di “frammentarsi”, di impazzire, di perdersi. È insomma una condizione in qualche modo pericolosa, ma la posta in gioco è di grande valore perché, se tutto va bene, l’esito di tutto questo “saliscendi emotivo” può coincidere con la conquista di una nuova visione della realtà e di un equilibrio più solido, stabile, consapevole, saggio. Proprio per le difficoltà che incontra, talvolta la mente si difende prendendo, per così dire, delle “scorciatoie”: per esempio la scorciatoia depressiva (quando ci si blocca in una posizione di impotenza), paranoica (quando si cerca un nemico esterno, o si ipotizza un “complotto” che renda ragione di tutto quel malessere) o narcisistica (quando si cerca forzatamente di mantenere un’immagine vincente e grandiosa di sé). Queste scorciatoie permettono di ritrovare una certa stabilità mentale al prezzo però di chiudersi in una visione monolitica, difensiva, che impedisce di esplorare liberamente il mondo. Si tratta in sostanza di equilibri precari, che comportano posizioni rigide, forzate, non autentiche. 
Una strada possibile, quando si incontrano queste difficoltà, è quella di farsi aiutare da una psicoterapia, ovvero da una “mente di supporto”, emotivamente meno coinvolta, che possa accompagnare il processo rendendolo meno caotico e più efficace. 

Un viaggio psichedelico
Ma torniamo a Jung. Jung non ha preso scorciatoie né si è fatto assistere: ha affrontato da solo e fino in fondo questa strada impervia e scivolosa, provando a descriverne le tappe. A noi rimane oggi questa sua preziosa autoanalisi, dallo stile più letterario che scientifico, arricchita di caratteri gotici e illustrazioni coloratissime, che evoca a tratti un trip psichedelico. 
Quello che osserviamo “dal vivo”, nel corso della lettura del Libro Rosso, è quindi un processo di crisi e poi di crescita e integrazione della psiche attraverso un dialogo serrato e senza sconti con le proprie parti inconsce. Lo sforzo di Jung è stato quello di tradurre in linguaggio e in immagini questo processo, in tempo reale, senza sapere bene dove sarebbe andato a parare, anticipando di fatto molti capisaldi della psicoterapia moderna. Leggere il Libro Rosso permette oggi a noi lettori di inoltrarci in questo viaggio trasformativo, che non racconta solo la mente di Jung (certo, particolarmente immaginifica e colta) ma anche, più in generale, la mente umana.  

L’emergere del profondo
Jung anzitutto distingue, per così dire, due “personalità” che albergano in ciascuno di noi: quella che appartiene allo “spirito del proprio tempo” (che permette di integrarsi e adattarsi alla realtà del proprio luogo e periodo storico) e quella che appartiene allo “spirito del profondo” (senza tempo e senza luogo, e in larga misura inconscia). Nel caso dello psichiatra svizzero, la prima era lo scienziato affermato che lavorava alla clinica Burghölzli di Zurigo, la seconda coincideva con la dimensione che aveva coltivato attraverso lo studio delle religioni, della storia, della letteratura, dell’archeologia, dell’esoterismo. 
Secondo Jung, il “nostro tempo” (il tempo di Jung, ma il suo discorso è ancora più vero ai giorni nostri) tende a “deificare l’Io”, cioè legittima e rinforza l’esaltazione della psiche individuale, conducendo a una graduale e pericolosa deriva narcisistica, a cui contribuisce il materialismo e il dominio della scienza. Invita quindi a prendere contatto con lo “Spirito del profondo”, cioè con quella dimensione eterna presente in ciascuno di noi. Esplorare questa seconda dimensione è, secondo Jung, la chiave per dare luogo a un’espansione creativa della mente: da una parte destabilizza, perché obbliga a confrontarsi con la propria precarietà e con la mancanza di senso, dall’altra favorisce una crescita in termini di consapevolezza e saggezza. Per accedere alla profondità è necessario allentare la razionalità rassicurante per accostarsi all’assurdo e avvicinarsi all’Ombra, cioè alle parti di noi che non vogliamo vedere e che disconosciamo. Scrive Jung: “Lo spirito del profondo ha sottomesso al potere del giudizio ogni fierezza e ogni arroganza. Mi ha tolto la fede nella scienza, mi ha derubato della gioia di spiegare e ordinare le cose, e ha lasciato morire in me la devozione agli ideali di questo tempo. Mi ha costretto verso le cose più basse e più semplici”.

La discesa agli inferi
Per accedere al profondo, in modo del tutto analogo a quello che propone Dante nella Divina Commedia (che di fatto è un altro grande “Libro Rosso”), bisogna anzitutto “scendere nell’Inferno”. L’Inferno è quel luogo della mente che non presenta appigli a cui aggrapparsi e che corrisponde alla sensazione angosciosa e terrificante che consegue alla perdita di tutto ciò che prima dava stabilità e senso all’esistenza.È necessario scendere per salire”, dice Jung: bisogna cioè sprofondare nel caos e aprirsi all’assurdo se si vuole raggiungere il Senso (per Dante, il Paradiso). 
La discesa agli inferi comincia con l’uccisione dell’eroe, che nel Libro Rosso è impersonato da Sigfrido, protagonista di molte opere della mitologia norrena. Jung sembra cioè suggerire che il primo e doloroso passo di questo viaggio è uccidere l’ideale eroico che c’è in noi. Si tratta di abbandonare l’ideale di sé che si è coltivato fino a quel momento, la narrazione che ci fa sentire giusti, buoni, corretti, “eroi”. In altre parole Jung invita a tradire se stessi, a diventare “assassino e assassinato”. Ma è un sacrificio necessario per salvarsi. Un concetto ben rappresentato anche nei vangeli cristiani: Giuda che tradisce Cristo è metafora di una parte della mente che ne tradisce un’altra (causandone una temporanea morte), al fine di permettere l’opera di redenzione.

Il “dio che deve ancora venire”
Il traguardo di questa impresa, di questo “viaggio pericoloso”, è in fondo quella narrata dalle religioni di tutto il mondo e che è stata spesso chiamata “Dio”. Ma non il Dio della tradizione cristiana (che è più assimilabile all’archetipo del vecchio saggio e risponde anche all’esigenza di mantenere nel mondo un’organizzazione di stampo patriarcale), ma un altro dio che ancora non è stato bene descritto da nessuna tradizione e che infatti Jung chiama “il dio che deve ancora venire”. Un dio che non è fuori di noi ma dentro di noi, che corrisponde cioè alla dimensione “divina” presente in ciascuno di noi. È un dio che si incarna in ogni uomo, che non è fatto solo di logos (di logica e parole), è anzi più accessibile attraverso il mito, la tradizione, le storie. Un dio che non è né maschio né femmina, né cattivo né buono, un dio che è tutto e il contrario di tutto. Un dio “spaventosamente ambiguo”
Stare nella crisi, nel dolore dell’Inferno, permette gradualmente di integrare il Senso e l’Assurdo arrivando a un “senso superiore”. Per usare un’espressione mutuata dai videogiochi: a “salire di livello”. Per usarne un’altra mutuata dalle religioni: a “rinascere”, “risorgere” in una dimensione più elevata. Si tratta di un processo che può essere rinnovato più volte. In altre parole: tenere insieme i continui tentativi di cercare significati nell’esistenza e la consapevolezza che questi tentativi possono fallire e che vanno continuamente rivisti permette di raggiungere un equilibrio sempre più stabile. 

La coincidentia oppositorum
Creare un “deserto interiore”, favorire un atteggiamento di accettazione e di resa (che ricorda il concetto taoista del Wu Wei, la non-azione) è la condizione necessaria per integrare, “tenere insieme”, dimensioni che normalmente teniamo separate, ma che sono due facce della stessa medaglia. 
Il Bene e il Male non sono mai due concetti chiaramente distinti. Il Male fa parte del Bene, così come l’imperfezione della bruttezza è parte costitutiva della bellezza. Perfino l’Amore, con cui viene spesso identificato il Dio cristiano, è una dimensione ambivalente: l’amore per il prossimo nasce infatti dall’amore di sé, è quindi contemporaneamente anche una forma di egoismo.
Uno dei simboli di questo processo di integrazione è proprio Cristo, ma non quello tramandato dalla religione cattolica: il Cristo di Jung è quello degli gnostici, una figura non unicamente buona, ma che comprende la sua parte-ombra (l’Anticristo, cioè Satana). Un’immagine del Libro Rosso sintetizza questo concetto: “Dal rosso delle viscere del vulcano viene il serpente, che reca tra le fauci l’albero ancora spoglio, la cui forma ricorda una croce”. Da Satana viene Cristo. Dall’Inferno viene il Paradiso. 
L’invito di Jung è quindi quello di “essere Cristo”, di incarnarlo (e non semplicemente imitarlo), sentendo addosso il peso di tutte le proprie parti, comprese quelle più oscure, accettando un’iniziale perdita del senso. Significa non avere paura di “morire”, di “scendere negli Inferi”, di confrontarsi con l’assurdo (che è proprio quello che fa Cristo: muore, sacrifica se stesso, per rinascere in una dimensione più alta, più “vicina a Dio”). Secondo Jung le grandi tradizioni religiose sono una sorta di pre-psicologia, un primo tentativo di comprendere la psiche, spesso travisato nel suo significato originario. Per esempio Jung sembra accusare il cristianesimo di avere proiettato esternamente il male, di avere cioè espulso l’Ombra (il Diavolo, Satana), tradendo il significato originale del messaggio di Cristo.

“Esiste solo una via, ed è la tua via”
Ma come si arriva a compiere questo passaggio? Jung non lo spiega. Suggerisce di “rincorrere le proprie immagini interiori”. Ognuno è invitato a cercare ciò che gli risuona. Ognuno di noi ha la responsabilità di trovare il tesoro nascosto dentro di sé, reggendo la tensione paradossale, al contempo dolorosa e piacevole, tra le dimensioni opposte della psiche. E se la strada da percorrere è diversa per ciascuno di noi, Jung sembra suggerire gli strumenti che abbiamo a disposizione per “trasformarci”. In primo luogo i simboli, immagini cariche di dynamis, di forza trasformatrice. L’invito è quello di riavvicinarci ai simboli delle grandi tradizioni religiose, che rappresentano  il “lavoro già fatto” dai nostri antenati, senza fermarsi alla superficialità dei racconti ma lasciandoli risuonare internamente. Nel suo percorso Jung trova i propri simboli: uno di questi è l’anima, che nella sua immaginazione diventa una creatura vivente con cui interagisce, e che a volte è una figura femminile (la sua “parte femminile”), altre volte un bambino (la sua “parte infantile”), in ogni caso una parte preziosa e creativa che lo aiuta a “unire i pezzi”. 
Un altro strumento è il “logos”, la parola. Serve tuttavia fare attenzione perché la parola può essere una trappola (poiché definisce e limita) ma può anche essere un atto creativo che apre a nuovi significati. Ecco perché gli antichi dicevano “In principio era la parola”. E le parole più importanti e più vere sono quelle che oscillano fra senso e non senso, che affermano e negano, che giocano con i paradossi. 

Il “bambino divino”
In fondo ogni crisi personale offre un’opportunità: insieme all’orrore e alla disperazione che sperimentiamo si annida il germe di una nuova vita, di una rinascita a un livello più alto. Per questo è importante accettare questi momenti senza sottrarvisi: entrare nell’Inferno, esplorarlo, diventare inferno noi stessi, accettare quella che è una una sorta di guerra civile interna (il conflitto tra le nostre parti inconsce) è lo scotto da pagare per rinascere a nuova vita.
Più volte durante il Libro Rosso viene sottolineato l’obiettivo di generare un “bambino”, e Jung ricollega spesso questa immagine all’antica pietra filosofale degli alchimisti o al simbolo dell’uovo cosmico. Pare di capire che questo bambino che continua a nascere e a rigenerarsi (tra le altre cose anche ogni 25 dicembre nella tradizione cristiana) sia il simbolo dell’evoluzione del sé: richiama la possibilità di integrare gradualmente le proprie parti, attraverso la conciliazione degli opposti, rinascendo ogni volta. 
Questo “bambino” comincia a formarsi quando allentiamo le difese che mettiamo in atto per aderire allo “spirito del proprio tempo” (alla “cultura dominante”) e ci avviciniamo alla paura, al dubbio, alla delusione, all’assurdo, con timore e tremore. In altre parole, se noi aderiamo troppo ai valori unilaterali del tempo in cui viviamo (il capitalismo, il consumismo, l’individualismo…) perdiamo la dimensione collettiva della psiche: per non sprofondare nell’Ombra, nel non-senso, nella menzogna, è necessario “rinnovare Dio”. Questo comporta l’accettazione del non-potere, dell’impossibilità di essere eroi. Comporta la percezione che “Dio”, quella dimensione che la tradizione tramanda spesso come alleata e rassicurante, non è unicamente buono ma “spaventosamente ambiguo”: brutto e bello, cattivo e buono, senso e non-senso. E che questa dimensione ha un corrispettivo anche dentro di noi: nessuno di noi è unicamente buono o unicamente cattivo, perché “tutto è spaventosamente ambiguo”. 

Dialoghi interiori
Nel suo racconto visionario, Jung incontra e parla con figure archetipiche, che sono al contempo figure della tradizione (e quindi create ed elaborate dalla psiche collettiva) ma anche sue parti personali (e quindi influenzate dalle sue esperienze di vita). La forma del dialogo non è casuale: l’essere umano si è sviluppato come essere sociale e quindi è naturalmente più portato al dialogo che al monologo. Il monologo irrigidisce, fa parlare “una parte sola”, permette di vedere solo un pezzo della realtà e rinforza il senso di solitudine: non per niente il rimuginio interno è oggi riconosciuto come una delle principali cause della depressione. Al contrario il dialogo amplia i punti di vista, espande la mente. Anche la psicoterapia è – sempre di più – un dialogo. Basti pensare alla svolta della “psicoanalisi relazionale”, che ha permesso di superare l’idea dello psicoanalista neutro che ascolta senza dire nulla o quasi. 
Ma il processo descritto nel Libro Rosso ricorda, più che un dialogo tra il terapeuta e il paziente, una conversazione tra varie parti di sé (e quindi sembra avvicinarsi al “lavoro con le parti” approfondito tra gli altri da Janina Fisher e Jim Knipe, o al concetto di “campo analitico” sviluppato da Antonino Ferro).
Nel caso del Libro Rosso, la parte con cui si identifica Jung (l’Io) viene rappresentata come uno stanco viandante che va nel deserto, coltivando la solitudine e superando lo scoglio della “risata di scherno” (la funzione difensiva dell’intelligenza, che deride le modalità bizzarre o apparentemente irrazionali di questo “viaggio mentale”). Per far fiorire il deserto, avverte Jung, “bisogna essere stolti intelligenti”, incoraggiare una “saggezza ingenua” (di nuovo un ossimoro, due dimensioni che la razionalità considera incompatibili, ma ricordiamo che la razionalità non è la mente, è piuttosto una sua funzione difensiva, che aiuta e contemporaneamente ostacola la comprensione della realtà psichica). È in questo stato che Jung si muove nella sua mente attendendo la comparsa delle sue “parti”. Si apre così una sfilata di personaggi che si affacciano sulla scena e con cui Jung instaura un dialogo: l’eremita, il mago, la morte, il folle, il diavolo, e molti altri.

I primi simboli: Elia, Salomè e il Serpente
I primi personaggi con cui l’Io di Jung si interfaccia sono un vecchio saggio che fatica a camminare (Elia) e una giovane donna cieca che lo sorregge (Salomé). Il primo sembrerebbe rappresentare il Logos, la capacità di pensare, l’attività cognitiva, la ragione che cerca di mettere ordine, interpretare e analizzare ma che è impotente, “incapace di camminare con le proprie gambe”. Salomé (che, appunto, fornisce le gambe) è l’Eros, la capacità di sentire, la dimensione emotiva che comprende il piacere e il desiderio, l’istinto puro e immediato, una dimensione potente che sa muoversi, ma è cieca e necessita di essere guidata. Jung si sente più vicino a Elia (si identifica più con la parte che padroneggia i pensieri) ma sente di doversi avvicinare a Salomé (la capacità di sentire, di provare emozioni). 
Accanto a loro il serpente sembra rappresentare la psiche inafferrabile, che ondeggiando passa continuamente da una parte all’altra, permettendo di accedere al paradosso, all’assurdo, senza cadere nel non senso. Il serpente è cioè il ponte che collega destra e sinistra, pensiero e sentimento, sopra e sotto. È quindi il simbolo per antonomasia, che infatti ricorre in più pagine del Libro Rosso. Come nell’immagine del bambino che reca un serpente bianco nella mano destra e un serpente nero nella sinistra (che evoca il caduceo di Mercurio): di nuovo un invito a integrare gli opposti, con la mente pura e incontaminata di un bambino. O nel leontocefalo dei culti mitriaci: un serpente che avvolge ed entra nel corpo, ancora un invito ad accettare e integrare gli opposti. 
Il “sapere serpentino” (un misto di astuzia e intelligenza) sembra richiamare proprio questa capacità di stare nel paradosso, nell’ambivalenza. Come il serpente dell’Eden che invita Eva e Adamo ad assaggiare la mela dell’albero della conoscenza del Bene e del Male, come a suggerire in fondo che il Bene e il Male stanno nella stessa mela e hanno lo stesso sapore. E che quello che appare come il Regno dell’eterna beatitudine (il Paradiso) è invece una realtà “spaventosamente ambigua”.  

Il “lavoro con le parti”
Nel Liber secundus (la seconda parte del Libro Rosso) l’Io di Jung si imbatte in vari personaggi, che potremmo considerare aspetti dissociati della personalità, le “parti” che agiscono nel mondo della psiche, e dialoga con loro. 
Il Rosso, la prima “parte di sé” che affiora alla coscienza, è un personaggio leggero e superficiale, scherzoso e tentatore. Ricorda l’archetipo del trickster o del diavolo.
Il Pezzente sembra richiamare gli aspetti rozzi e viscerali della personalità, quelli legati all’esistenza spiccia, che l’uomo colto (come lo è Jung) cerca di rimuovere da sé. D’altro canto, sembra suggerire Jung, è necessario prendere le distanze da questa parte per nascere come uomo nuovo, consapevole della morte.
L’Anacoreta è la parte che si isola dal mondo per comprenderne il senso e che ricorre al logos, cioè al potere e alla magia trasformativa delle parole, rischiando però di entrare in un loop ossessivo e astratto perché ha rinunciato alla relazione con gli altri e con la propria Ombra. È la parte che cerca Dio nei libri e non dentro di sé.
Lo Scuro è il lato oscuro, il male dentro di sé, l’ombra che si tende a rimuovere: bisogna riconoscerlo per evitare che ci distrugga.
Oltre che dialogare con le parti, Jung fa incontrare e dialogare le parti tra loro (lo psicoanalista Philip Bromberg la chiamerebbe “transizione dalla dissociazione alla capacità di conflitto”: due parti dissociate, che prima nemmeno si conoscevano, si incontrano e cominciano a discutere tra loro, fino a  trovare una certa intesa, allentando le proprie rigidità). Un esempio è lo strano rapporto che si stabilisce tra la parte diabolica-istintiva (il Rosso) e la parte ascetica e contemplativa (Ammonio). Lo sbruffone, che prende tutto alla leggera, si confronta con la persona seria, sapiente ma “pesante”.

L’incubazione dell’uovo cosmico
Un altro esempio di conflitto parzialmente ricomposto è il cosiddetto ciclo di Izdubar, una strana e gigantesca creatura proveniente da est in cui incappa l’Io di Jung. Sembra di assistere a una sorta di “scontro di civiltà”, al conflitto tra la parte “orientale” (magica, mitologica e spirituale) e quella “occidentale” (materialista e scientifica) con cui Jung si identifica di più (è infatti è rappresentata dall’Io). Secondo la visione di Jung, la prima è cieca (non vede lo stato reale delle cose), ma la seconda è velenosa, poiché uccide il sacro (il “Dio”), che è una realtà psichica, essenziale per la vita. Per poter effettuare l’integrazione tra le due “parti”, Jung sembra proporre l’uso magico delle parole (e in particolare la parola “fantasia”). L’incubazione di entrambe le dimensioni attraverso preghiere e mantra (simboleggiata dall’uovo cosmico, che contiene la totalità psichica, la potenzialità delle parti, delle relazioni, dei conflitti) porta – dopo “tre giorni” – all’integrazione, alla rinascita e al rinnovamento del Dio. Ma ogni rinascita porta con sé anche un guscio vuoto: un vuoto che va accolto, anche se conduce all’inferno.

La follia necessaria
In altre parole Jung sembra suggerire che ogni percorso personale porta alla scoperta di un’Ombra infernale, cioè di qualcosa di maligno e orribile. Ma anche il male è sacro e nostro compito è accoglierlo. Per rigenerarci e rigenerare a volte bisogna “uccidere”, essere responsabili dell’assassinio di qualcosa, di parti nostre o altrui, e sembra necessario “ingerire carne e sangue”. Questa incorporazione permette di riacquistare forze primordiali, con il pericolo di venirne posseduti, cioè di cadere nella follia irrazionale, nel rischio di un uso “disumano” di questa forza acquisita.
Secondo Jung bisogna essere folli. La strada da percorrere è quella della “follia divina”, caotica, ricolma di morti che influenzano le nostre vite, di tutte le potenzialità della psiche (comprese quelle negate e proiettate fuori di sé) per permettere alla parola di incarnarsi, cioè di assimilare l’elemento animale che alberga in ciascuno di noi (e come non pensare, a questo proposito, all’evoluzione della psicoterapia moderna, che sempre di più sollecita a “incarnare”, le parole, a farle risuonare nel corpo). 
Questa follia necessaria, spiega Jung, è diversa dalla nevrosi (che è la follia di chi è troppo legato allo “spirito del proprio tempo”) ma anche dalla “possessione” dello spirito del profondo, che conduce all’identificazione con il dio e al vaneggiamento, alla deriva psicotica. La follia divina mantiene cioè un equilibrio tra lo spirito del proprio tempo e lo spirito del profondo. 
Questa forma di follia consapevole non viene facilmente compresa: in una scena del Libro Rosso, Jung immagina di entrare in contatto con due psichiatri che etichettano il suo viaggio mentale come “paranoia religiosa” (“Io non sento le voci, io cerco le voci!” reagisce lui), come a sottolineare i limiti della psichiatria nel distinguere le derive psicopatologiche dai genuini tentativi di avvicinarsi alla comprensione di sé.
“Le divinità sono diventate malattie” dice Jung: gli archetipi, le narrazioni, i miti, cioè la rappresentazione delle parti psichiche nella tradizione (nei testi sacri, ma anche nella letteratura o nel cinema) sono diventate sintomi nevrotici, dai nomi astratti (depressione, attacchi di panico, disturbo ossessivo, schizofrenia…) che ostacolano la guarigione, perché hanno perso tutta la loro valenza simbolica. 
La razionalità, sembra suggerire Jung, dà l’illusione di sistematizzare i vissuti dolorosi, di comprenderli meglio, ma in realtà distrugge i ponti che conducono alla guarigione. Dio è morto ed è stato sostituito dall’Io, cioè dall’uomo ricolmo di hybris, di orgoglio tracotante, da cui origina anarchia e distruzione. Bisogna elaborare nuovi simboli inafferrabili: è questo il “dio che deve ancora venire”, che ha radici nell’Inferno e la chioma nel cielo. È necessario unire Bene e Male. Dobbiamo discendere all’inferno per unire ciò che è diviso, e per incontrare l’Ombra, risvegliare l’oscuro.

Le tre profezie
Nel caos della follia Jung accede a tre verità, le cosiddette “tre profezie”.
La prima riguarda la guerra, che è il risultato di una dissociazione all’interno della psiche. È necessario accogliere l’Ombra, interrompendo il conflitto interiore, perché non diventi guerra concreta e distruzione. 
La seconda riguarda la magia, lo strumento che ci avvicina all’incomprensibile, cioè alla compresenza e coincidenza degli opposti, al paradosso (allontanandoci dal metodo scientifico che cerca di separare e categorizzare).
La terza riguarda la religione, che sembra la via d’accesso principale allo spirito del profondo: è necessario coltivare la povertà di spirito, riavvicinarsi a dei e diavoli. Jung sembra così voler sottolineare l’importanza delle antiche narrazioni e dei libri sapienziali – cristianesimo, gnosticismo, mitraismo, tradizioni misteriche, culti egizi, religioni orientali – a partire dall’Apocalisse e dal “risveglio dei morti”. Jung ci invita a “parlare con i morti” (a “recuperare una fetta di medioevo”, a fare i conti con il passato non ancora accolto) e, se ci pensiamo, è quello che fa anche Dante nel corso dell’intera Divina Commedia.

La “saggezza dei serpenti”
Il mago guida di Jung è Filemone (ma come non pensare anche a Virgilio, il mentore interiore di Dante), che ha la “saggezza dei serpenti”, cioè la capacità di accogliere le verità paradossali, l’assurdo. 
La magia media infatti tra scienza e religione: è la capacità di accedere alla coincidentia oppositorum, di stare tra senso e non-senso (e infatti la bacchetta magica ha la forma di un serpente, facendo eco alla capacità serpentina di oscillare fra una realtà e il suo opposto). È una capacità oscura, antitetica alla scienza, e creativa (è dynamis, la potenza creatrice della psiche). Ed è protettiva, perché permette di sopportare la contraddizione (“la magia consiste nel rendere comprensibile in una maniera non comprensibile ciò che non è compreso” scrive Jung).
È la magia che guida il sacrificio di sé, la discesa verso il basso (fino a “essere penetrati dal serpente nero”), sospendendo il pensiero e la volontà, restando nell’attesa. 
Un primo passaggio consiste nel “ritirare le proiezioni” (cioè nel riprendere le parti di sé disconosciute e rifiutate, le pagliuzze che vediamo negli altri restando ciechi alle nostre travi), simboleggiato dalla Santa cena: celebrare un’eucaristia con se stessi significa riconoscere l’altro presente in sé e accettarlo. Inoltre bisogna fare attenzione a non restare fermi. La coincidenza degli opposti può portare alla stasi, per questo è necessario “oscillare” (come fa il serpente) e “circumambulare”, camminare intorno (come nel simbolo del mandala, anche questo ricorrente nel Libro Rosso).
Il processo di integrazione è circolare e necessariamente incompiuto, non è mai fermo e si rinnova in continuazione. Come dimostra il dio che si smembra e si rinnova, presente in molti culti: Attis, Dioniso, Osiride, Dioniso, lo stesso Cristo e ancor prima il Sole, che per gli Egizi si riduceva ogni sera a una pallina di sterco e veniva trasportato durante la notte da una parte all’altra della terra dallo
scarabeo stercoraro, per poi rinascere la mattina successiva. 

Il confronto con l’Ombra
Nel Liber tertius (la terza e ultima parte del Libro Rosso), dopo aver ritirato tutte le proiezioni difensive, Jung si confronta brutalmente con la sua Ombra, cioè con tutte le forme di attaccamento (compresa l’ipocrisia dell’amore) e con le parti di sé più sgradevoli e negate (la parte orgogliosa, codarda, pessimista, meschina, ambiziosa, il “cocco di mamma”). Il confronto con l’Ombra, avverte Jung, può essere difficile e doloroso fintanto che si ritiene che sia meramente personale. Ma non lo è: i simboli della tradizione provano che è un processo collettivo, sperimentato dagli esseri umani di ogni tempo e ogni luogo.   
Verso le “parti-ombra” è importante provare compassione, perché la comprensione (il perdono) è la chiave per sopportare tutto ciò che accade e per salvare l’umanità. L’oro alchemico è prezioso e vile. Per questo Jung critica la ricerca della virtù e spinge piuttosto ad accettare e accogliere i vizi, rinunciando a ogni pretesa di bellezza e virtuosità. Il Dio a cui dobbiamo tendere, di nuovo, non è unicamente buono: è amore e odio, bellezza e ripugnanza, forza e impotenza, sapienza e assurdità. Quella dimensione interiore sfuggente che tutti possediamo, la “pietra filosofale” degli antichi alchimisti, “in stercore invenitur”, si trova nello sterco: va cercata cioè in ciò che è più disprezzabile, putrido e sgradevole. Come scriverà poi il poeta e cantautore Fabrizio De Andrè, è dal letame che nascono i fiori.

©martaerba.it

2 pensieri su “Di cosa parla il Libro Rosso di Jung

  1. Aldo Ferrari Pozzato

    Bello e illuminante, quasi una guida nel mare magnum della magmatica opera.
    Innumerevoli i rimandi ad altri libri o avvenimenti della vita di Jung.
    Buoni sentieri (interrotti?) a tutti e ancora complimenti

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