La psicoterapia online

Si può curare un disagio psichico collegandosi al computer? La ricerca dice che non ci sono controindicazioni alla psicoterapia online

Il lettino, si sa, è passato di moda: per curare le malattie della psiche oggi si preferisce sedersi di fronte al terapeuta. Negli ultimi anni, però, si sta affacciando una novità: sempre più spesso, invece che varcare la porta dello studio, si preferisce accendere il computer. E conversare con lo specialista attraverso lo schermo. Diffusissima negli Stati Uniti e in Nord Europa, la psicoterapia online è molto praticata anche nel nostro Paese. Ma… si può fare? E funziona? Il dibattito è acceso e a manifestare dubbi sono tanto gli specialisti quanto i pazienti.

Le perplessità. La diffusione delle terapie on line va di pari passo con i cambiamenti portati dalle nuove tecnologie ai rapporti umani. Se un tempo si interagiva a distanza solo con sporadiche – e spesso costose – telefonate, oggi comunicare attraverso i vari device disponibili è la norma, e non è raro usare il cellulare anche per dire qualcosa all’amico che si trova nella stanza accanto. Inevitabile che la psicoterapia, basata sulla relazione tra due persone, finisse col convolare su internet, dove software quali skype o google hangouts consentono di vedersi e parlare in tempo reale.
Perché allora tante perplessità? «Anzitutto c’è la paura della novità: molti specialisti sono portati a rispettare in modo rigido alcune regole stabilite e consolidate» spiega Emilio Fava, professore di Psicopatologia e Programmazione dei trattamenti all’Università Cattolica di Milano. «Ma ci sono anche altre ragioni: in fondo la relazione terapeutica va molto al di là di un semplice confronto di idee e di parole. Per molti può essere importante la vicinanza fisica tra terapeuta e paziente, oltre che l’avere a disposizione uno spazio speciale, la “stanza della terapia”. Tra l’altro anche il tempo trascorso per andare e tornare dallo studio gioca la sua parte: per alcuni pazienti rappresenta la cornice indispensabile di un momento della settimana da dedicare solo a se stessi, tanto più cruciale visti i ritmi stressanti e affrettati di oggi».

I vantaggi. Tuttavia internet consente anche alcuni vantaggi. Per esempio permette di accedere alla psicoterapia a chi non può muoversi a causa di un handicap fisico. Ma anche a chi non esce di casa per un disagio psicologico (come l’agorafobia o la fobia sociale), chi rifugge i contatti ravvicinati con le altre persone, o chi teme la dipendenza affettiva e non si impegnerebbe mai in una relazione troppo intima. «In questi casi la terapia on line potrebbe essere una tappa nel percorso di guarigione» nota Fava.
Più in generale, si opta spesso per la cura via internet quando, per esempio, il paziente o lo specialista si trasferiscono in una città lontana e si vuole continuare un’analisi già avviata. Ma sta diventando sempre più frequente cominciare una terapia direttamente on line: è più comoda e costa meno. Ed è qui, soprattutto, che molti terapeuti storcono il naso: quasi fosse una via troppo facile, che rischia di compromettere il senso e l’efficacia della cura.

Dibattito sterile. Per la verità questo genere di dibattito non è del tutto nuovo. «Internet non rappresenta certo il primo “scossone” tecnologico nel campo della psicoterapia: negli Stati Uniti a metà del secolo scorso si aprirono accese discussioni intorno alla “telephone analysis”» ricorda Paolo Migone, psichiatra e psicoanalista e condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane. «Rispetto al telefono, internet offre in più la possibilità di vedersi, e quindi leggere segnali non verbali quali le espressioni del viso». Secondo Migone schierarsi pro o contro la psicoterapia on line non ha alcun senso, e dimostra piuttosto che alcuni professionisti non hanno ben chiaro quello che fanno. «Se si escludono alcune forme di psicoterapia – come quella corporea, i cui trattamenti sono basati anche sul contatto fisico con il paziente – la comunicazione online non offre alcun impedimento: il video non filtra le emozioni né indebolisce la relazione. Se mai la valutazione va fatta da caso a caso: dipende anche da quanto le persone in gioco – paziente e terapeuta – si sentono a proprio agio con lo strumento». L’efficacia della terapia non dipende cioè da “setting” stereotipati: lo stesso Freud era estremamente flessibile, tant’è che curò alcuni pazienti passeggiando con loro nel parco. Insomma: a meno di non rispolverare Mesmer e la sua settecentesca teoria del “magnetismo animale” – secondo cui il potere terapeutico sarebbe legato all’emissione di un fluido magnetico – non si capisce perché la psicoterapia online non dovrebbe funzionare.

Come funziona. Ma come funziona, più in generale, la psicoterapia? Tanto più che ne esistono vari tipi: c’è quella “psicodinamica”, quella “sistemica”, quella “cognitivo-comportamentale” e via dicendo. «Il paradosso è che, al di là dell’ampia offerta di cure con diverse “etichette”, la ricerca ha mostrato che i risultati dipendono da un numero limitato di ingredienti» spiega Emilio Fava, che di recente ha pubblicato sull’argomento La competenza a curare (Mimesis edizioni). «I più importanti sono la costruzione dell’alleanza tra terapeuta e paziente, lo sviluppo delle capacità empatiche, la qualità della relazione, la definizione del focus dell’intervento e la capacità del terapeuta di tenere conto delle profonde differenze tra una persona e l’altra. Invece gli aspetti formali – per esempio la presenza o meno del lettino – sembrano meno importanti, mentre la rigidità e l’inflessibilità del metodo risultano addirittura controproducenti». In conclusione: nulla esclude che internet possa essere lo scenario di un percorso terapeutico efficace.
E se questo non bastasse, la ricerca ne ha ampiamente dimostrato l’efficacia. Secondo gli studi di Pim Cuijpers, ricercatore all’Università di Amsterdam, le terapie on line sono altrettanto valide di quelle faccia a faccia nel trattamento di depressione, ansia, panico o fobia sociale. «Anche se occorrerebbero più studi che confrontino terapie condotte in contesti differenti, in tempi più lunghi e con una valutazione dei risultati anche a distanza di tempo» puntualizza Fava.

Un mondo in espansione. L’apporto della tecnologia al mondo della psicoterapia non si limita, tuttavia, ai software per comunicare a distanza: si va agli ambienti virtuali in 3D (utili per esempio per combattere la fobia dell’aereo), alle tracce di mindfulness (per la pratica quotidiana di meditazione), a vari servizi di “psicoterapia virtuale” basati su prescrizione di “compiti a casa” (homework) e feedback scritti redatti da terapeuti. Di recente uno studio condotto all’Università di Zurigo, e guidato da Birgit Wagner, ha confrontato un servizio di questo tipo (homework e feedback personalizzati) con 8 sedute di psicoterapia cognitivo-comportamentale tradizionale in una sessantina di malati di depressione. In entrambi i gruppi circa la metà dei pazienti è uscita dallo stato depressivo, ma a tre mesi di distanza quelli che avevano lavorato via internet riportavano risultati migliori: forse perché spesso rileggevano i consigli del terapeuta, o forse perché l’autoresponsabilizzazione rinforzava in loro la sensazione di “farcela da soli”.
Che dire, infine, degli store di Apple e Android, che pullulano di app dedicate alla salute mentale? Come i “diari emotivi” per tenere traccia del proprio umore e delle proprie emozioni nel tempo (ricavandone poi relativo grafico) o vari strumenti per curare l’insonnia (come Digipill e To bed). Molte di queste sono consigliate dai terapeuti stessi.
Che cosa concludere? Un antico detto cinese ricorda che “lo strumento giusto nelle mani dell’uomo sbagliato diventa lo strumento sbagliato”. L’offerta è vastissima e, come in tutti i campi, i rischi di comportamenti o programmi inappropriati non mancano. La colpa, però, non è di internet.

Marta Erba (articolo pubblicato su Focus)

©martaerba.it

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